Les Misérables - Recensione

Parigi, 1815: rilasciato dal commissario Javert (Russell Crowe), l'ex galeotto Jean Valjean (Hugh Jackman) rischia di nuovo di finire in galera ma viene coperto dal vescovo di Digne, a cui aveva rubato due candelieri. Colpito dall'accaduto, decide di iniziare una nuova vita prendendosi cura di Cosette - orfana della madre, Fantine (Anne Hathaway), morta da poco - strappandola ai malvagi coniugi Thénardier (Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen).

Dal romanzo (1862) di Victor Hugo, o per meglio dire dal musical teatrale che Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil ne hanno tratto nel 1980, più volte in procinto di arrivare al cinema negli scorsi decenni: ci aveva fatto un pensierino Alan Parker, poi il produttore Cameron Mackintosh si era rivolto a Bruce Beresford prima di affidare il progetto a Tom Hooper, recentemente incoronato regista emergente di Hollywood dopo il successone de Il discorso del re.

Spettacolo ultra-classico da oltre due ore e mezza di durata, dal flusso musicale pressoché ininterrotto (i dialoghi "parlati" si contano sulle dita di due mani e ad ogni modo non superano le quattro battute) e i toni tenuti costantemente altissimi, da una scena madre all'altra perché bisogna alzare il volume il più possibile. E dunque dopo il prologo all'insegna delle peripezie del ladro Valjean arriva la sfortunata Fantine, un'Anne Hathaway in odore di Oscar anche se - ma diciamolo a bassa voce, non vorremmo peccare di lesa maestà - ci sembra si sia limitata a sfoderare il classico, "intenso" repertorio da musical tradizionale, quanto basta a valerle appunto la statuetta come miglior attrice non protagonista. Mentre su Parigi incombe la sagoma minacciosa di un ingessatissimo Russell Crowe, il più a disagio con le cadenze mélo delle musiche di Schönberg, arriva il riuscitissimo numero musicale dei coniugi Thénardier, la coppia Sacha Baron Cohen-Helena Bonham Carter, biechi e meschini oltre ogni misura, a conferma che - in lavori del genere - i cosiddetti cattivi sono incommensurabilmente più interessanti e accattivanti dei cosiddetti buoni. Le nuove leve (la Cosette di un'anonima Amanda Seyfried, il bel Marius di Eddie Redmayne, il piccolo Gavroche) riadattano il materiale originale a futuro uso e consumo dei talent show, stiracchiando in modo intollerabile la vicenda e banalizzandola con spirito, va detto, squisitamente hollywoodiano. Les Misérables non ci è sembrata un'opera cinematografica indimenticabile; Hooper ha preferito puntare sull'indiscutibile professionalità dei protagonisti e su una messa in scena chiassosa e muscolare, senza mezzi toni sia nelle imponenti scene di massa che nei momenti più intimi, dando involontariamente ragione al luogo comune che dice che il musical utilizzi un linguaggio per sua natura "di grana grossa", incapace di sottigliezze e sfumature. Un cliché ampiamente smentito dalla storia del cinema, ma di nuovo alla ribalta in quest'opera che riporta la cronologia del genere agli anni '50-'60, stante anche una durata extra-large che, a noi insensibili cuori di pietra, avrebbe consigliato qualche sforbiciata qua e là.

Ultima modifica ilMercoledì, 23 Gennaio 2013 13:38
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