Django Unchained - Recensione

Tarantino dirige finalmente, con un cast perfetto, il suo personale spaghetti western. I risultati sono un film-evento in cui dimostra nuovamente di essere un autore che fa categoria a parte.

Da tanti anni, ormai, quel ragazzo poco attraente che passava il tempo a scrivere sceneggiature piene di dialoghi e a rivedere film di serie B nel retrobottega di un videonoleggio non esiste più. Quentin Jerome Tarantino, infatti, sin dal suo esordio alla regia con Le Iene è entrato con forza nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, raggiungendo uno status quasi sacrale che difficilmente altri suoi coetanei possono vantare. Quest’ascesa fulminea nella dimensione dei “venerati maestri” ha permesso da subito al regista di trasformare la sua intera carriera in una sorta di omaggio in divenire di tutto quel cinema di genere che per anni ha amato, passando con nonchalance dai wuxia movies alla blaxploitation. La caratteristica di amare visceralmente quello di cui si sta parlando e, di conseguenza, divertirsi sempre come un ragazzino durante le riprese è, alla fine, l’unica differenza che distingue Tarantino da qualsiasi altro regista. Le sue opere sono assolutamente parte di lui, estensioni della sua persona e del suo carattere. Questa simbiosi tra artista e opera d’arte genera l’impossibilità di scindere il proprio giudizio su Tarantino o la sua carriera e costringendo i più a prendere tutto il pacchetto tarantiniano.

Nel caso di Django Unchained questo ragionamento diventa ancora più chiaro. Tutti sanno quanto il regista di Pulp Fiction consideri come punti di riferimento artisti come Sergio Leone, Sergio Corbucci e Sam Penkinpah. Le continue citazioni dei suoi film e l’uso spropositato che ha fatto delle musiche composte da Ennio Morricone, sono una nuova dimostrazione della sua passione per il western. E’ normale quindi che a saperlo finalmente alle prese con un suo personale spaghetti western (o meglio southern, visto l’ambientazione), tutto il mondo degli appassionati di Cinema fosse in fermento. Le attese e le speranze non sono state vane. Django Unchained è il nuovo capitolo della sua saga e, come gli episodi precedenti, possiede le stesse invariate caratteristiche di base. Prima di tutto, al di là nella nomea dell’uomo ossessionato dalla violenza, Tarantino si conferma un autore preciso nei dettagli (vedere il mostruoso lavoro fatto con i dialetti) e molto intelligente nel trattare temi difficili come l’olocausto e la schiavitù, arrivando a stravolgere le figure tradizionali dei più deboli (nei suoi ultimi due film gli eroi sono appunto una ragazza ebrea e uno schiavo nero). Inoltre si dimostra ancora una volta un raro narratore di storie d’amore. La love story tra Django e la sua amata è il lato più sincero e coinvolgente della pellicola e raggiunge dei livelli emotivi altissimi degni dell’addio finale di Jackie Brown o del rapporto della Sposa/Uma Thurman con la sua bambina ritrovata in Kill Bill.

Anche parlando di confezione del film, siamo alle solite. Django Unchained è un ottimo e godibile fumetto d’intrattenimento dove alla violenza esagerata (quasi da cartoon) si accompagnano dialoghi ipnotizzanti nella loro prolissità, dove ai grandi paesaggi americani sulle note di Bacalov si alternano sparatorie in slow motion con in sottofondo Tupac, la nostra Elisa e Johnny Cash. Ci possiamo lamentare? Questo è Tarantino. E sempre stato cosi e sempre lo sarà. Limitarsi ad apprezzare i suoi pregi già noti rischia di far passare in secondo piano la crescita tecnica che sta compiendo come regista. Sappiano già che i suoi attori sono soliti fornire performance enormi, ma mai come questa volta siamo stati di fronte ad un cast talmente perfetto e convincente. Se Christoph Waltz e Samuel L. Jackson sono due certezze granitiche (alle prese con due personaggi geniali) che sorpresa è stato vedere Leonardo DiCaprio nell’inedita e rivoltante parte da villain in cui, nonostante l’Academy, mostra tutto il suo poliedrico talento. 

In più, confermando il discorso sul fumetto di intrattenimento, per la prima volta Tarantino infonde a tutta la pellicola, specie nelle scene ambientate a Candyland, un'atmosfera calda e mortifera che rende la storia ancora più coinvolgente e matura. Se in tutto questo spudorato elogio (chi scrive, lo ammette, è di parte) si vuole trovare proprio qualcosa di stonato allora non si può che riscontrare una certa presunzione con cui sono state scritte determinate scene (i cammei speciali ad esempio) e sono gettati in faccia al pubblico alcuni ammiccamenti facili. Queste però, lasciatecelo dire, sono davvero facezie di fronte alla maestosità di un evento artistico come questo.

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