- Scritto da Luca Marchetti
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Cloud Atlas - Recensione
l film dei fratelli Wachowski e di Tom Tykwer è un’opera ambiziosissima ma, nonostante il coraggio e l’impegno, si rivela presto poco originale e priva di epicità.
Si potrebbero muovere tantissime accuse all’inedito trio Andy Wachowski, Lana Wachowski e Tom Tykwer, ma di sicuro non possono essere incolpati di non aver avuto coraggio. Il loro immaginifico Cloud Atlas è un’opera mastodontica, che trasuda ambizione cinematografica da tutti i pori e che osa notevolmente a livello narrativo. Tratto dal fortunato best-seller di David Mitchell, L’atlante delle nuvole, il film vorrebbe raccontare come sei storie completamente diverse tra loro per protagonisti, ambientazioni e temi, siano in realtà legate attraverso collegamenti mistici ed eterni, dimostrando, come dice il sottotitolo italiano scelto dalla casa distributiva, che tutto è connesso. Insomma il fine ultimo degli autori era di realizzare una sorta di Tree of life più concreto e diretto, dove l’inimitabile poesia di Terrence Malick era sostituita da una complicatissima ma affascinante trama universale. Purtroppo le ottime intenzioni degli autori e il loro ammirevole impegno si risolvono in un film sbagliato, esagerato nel suo volere essere “diverso” ma allo stesso tempo incapace di trattare con originalità e profondità i grandi temi universali (nascita, morte, vita, amore etc.). Cloud Atlas cade, dunque, nella stessa trappola in cui anni fa finì Clint Eastwood con il suo deludente Hereafter, ritrovandosi spesso a parlare dei misteri dell’esistenza umana con espedienti new –age e misticismi fastidiosi (il riferimento esplicito, senza alcuna contestualizzazione, all’opera di Carlos Castaneda ne è l’esempio più concreto).
Ignorando la pesante durata della pellicola, che ovviamente non aiuta lo spettatore, l’altro errore capitale degli autori è stato il modo sconclusionato con cui hanno provato a mettere in scena questa mole spropositata di eventi e personaggi e a collegare insieme il tutto. Raccontare sei storie in sei modi diversi era una sfida ardua, ma riuscire a sbagliare il tono di tutte era, onestamente, ancora più difficile. Se si possono anche apprezzare i tentativi poetici e socialmente impegnati di alcune storyline, non è possibile non irritarsi di fronte all’insignificanza delle altre (la parte ambientata nel 2012, con i suoi sviluppi comici, è sicuramente la peggiore). Inoltre, la trovata “geniale” di usare sempre gli stessi attori in più ruoli, era sì un modo divertente e utile per raccordare tutti gli avvenimenti nel modo più immediato, ma a causa di un reparto trucchi allucinante (dai peggiori nasi posticci degli ultimi tempi a dei “cambi di etnia” agghiaccianti) si rivela alla fine pretestuosa e soprattutto fuorviante, poiché lo spettatore passa il tempo a provare a riconoscere gli attori piuttosto che a seguire la storia. Tutto ciò non è nemmeno agevolato dal lavoro del cast che pur formato da grandissimi nomi sembra sempre fuori posto. Tra i vari Tom Hanks e Helle Berry (dimentichiamoci di Hugh Grant e della sua serie di cammei) l’unica nota positiva è il sottovalutato Ben Whishaw, convincente nel suo segmento da protagonista.