- Scritto da Giulia Valsecchi
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Il figlio dell'altra - Recensione
Durante la visita per l’idoneità al servizio di leva israeliano, gli esami evidenziano anomalie genetiche tra Joseph e i suoi genitori: appena nato, è stato scambiato per errore con Yacine, proveniente dai territori occupati della Cisgiordania. La notizia sconvolge entrambe le famiglie, costrette ad affrontarsi e a cercare risposte sulla propria identità fuori e dentro il conflitto israelo-palestinese.
L’avvicinamento possibile tra due popoli in guerra incrocia misure di racconto controverse se non ripercosse in fatti, coinvolgimenti provati e ragioni storiche. Con Le fils de l’autre, Lorraine Lévy - regista e autrice teatrale e televisiva, sorella del più noto scrittore Marc - introduce alla quotidianità di un errore fatale. Uno scambio di neonati all’ospedale di Haifa, durante i bombardamenti del 1991 in piena guerra del Golfo, quando l’incubatrice era una soltanto e l’imprevedibilità del caos ha mescolato il sangue di due famiglie.
La conoscenza della verità dovuta non soltanto ai geni, ma soprattutto a trafile di check-point per andare “dall’altra parte” e a due scenari opposti che vedono una Tel Aviv libera e benestante confinare con mura di recinzione e filo spinato, descrive senza facili dominanti ideologiche i rapporti e le rabbie di un rovesciamento di nomi, religioni, costumi, fratellanze. L’uno viene a occupare il posto dell’altro incrinando, nel caso di Joseph (Jules Sitruk) scopertosi arabo, anni di preparazione dottrinale all’ebraismo o, nel caso di Yacine (Mehdi Dehbi) scopertosi ebreo, il sogno di costruire un ospedale per la Palestina.
Ma sono soprattutto i padri a rifuggire il verdetto dei gruppi sanguigni, l’ennesimo castigo e sacrificio per l’ingegnere cisgiordano (Khalifa Natour) costretto a riparare auto per sopravvivere o la beffa all’austerità del funzionario della difesa israeliano (Pascal Elbé) che lava compulsivamente i vetri della propria auto. Il destino capovolto è un riflesso di furia dolente, un cambio d’abiti che diventa davvero scomodo se confiscato dai risolini di soldati e sergenti tanto smaniosi di confine. Lorraine Lévy sceglie una via d’uscita di azioni ordinarie, svolgendo in scrittura il pragmatismo e non la vendetta della tragedia di occupanti e occupati. Ecco allora le domande, i pianti, le risoluzioni confuse e i giovanilismi di due fratelli che mantengono una distanza di sicurezza solo fino a che non prevale il bisogno di scoprirsi e capire che ne sarà da quel momento di due famiglie preferibilmente sconosciute.
Da fuori, da non ebrei e non palestinesi, l’asciuttezza dell’intreccio prevale sotto forma di una credibilità anche poetica e non forzata a elargire massime, ma a partire e tornare a interrogativi probabilmente senza risposta, se non d’alleanza o conflitto privo di cinture esplosive. Dalle domande di Joseph al rabbino che impone una seconda conversione in tre tappe, se il ragazzo deciderà di restare ebreo, fino al risentimento di Bilal (Mahmood Shalabi), fratello maggiore anche se non più di sangue di Yacine. Altro protagonismo non trascurabile in questa materia di tutti i giorni è delle donne, incaricate di tessere il futuro favorendo l’incontro. Emblematica a proposito una tra le sequenze iniziali dove, alla notizia dello scambio dei neonati, le madri sono le sole a restare sedute in cerca di una soluzione: entrambe hanno già riconosciuto l’esistenza di un terzo figlio che mostra tratti e passioni familiari, i colori di una terra malmessa ma comune.
Osservare e ascoltare è lecito, alzare la voce e gridare quale stato abbia più ragione d’esistere se quello che ha rapinato la terra dei confinati o che precedeva questi ultimi nel diritto dei secoli, è altrettanto concesso finché siano i figli a impadronirsi dello scambio. Non è un caso che Lévy si sia avvalsa di due riferimenti chiave per la revisione della sceneggiatura: lo scrittore algerino Yasmina Khadra, consultato fino a correggere, e l’israeliano Amos Oz, cui consegna l’anima e il progetto di un film dove si prova a immaginare l’alterità nella leggerezza e nel pericolo del guadagnarsi da vivere e maturare attitudini.
Esiste una selezione naturale che unisce chi non sposa la superiorità e invita a vendere gelati insieme sulla stessa spiaggia. Dietro una madre israeliana (la bravissima Emmanuelle Devos), che piange in solitudine, e una madre palestinese (Areen Omari), già vedova di un figlio, si profilano le ombre di due padri faticosamente in procinto di una stretta di mano. All’uno servirà percorrere il muro di notte per andare a recuperare il figlio dai nuovi genitori arabi, all’altro riconoscere il proprio sangue nella musicalità dello stesso ragazzino spaventato.
Ma chi si salva davvero dalle lame fisiche e verbali dell’appartenenza generazionale sono di nuovo i figli. Quelli che, in due panoramiche da prospettive opposte dello stesso edificio sventrato, parlano la lingua di Oz: «nessun uomo e nessuna donna è un’isola, siamo invece tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano, per metà legati alla famiglia e agli amici e alla cultura e alla tradizione e al paese e alla nazione e al sesso e alla lingua e a molte altre cose. Mentre l’altra metà chiede di essere lasciata sola, di fronte all’oceano. Credo che ci si debba lasciare il diritto di restare penisole».
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.