- Scritto da Giulia Valsecchi
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The Words - Recensione
Concepita come una storia nella storia da un autore di bestseller, Clay Hammond, la vita dello scrittore Rory Jansen si trasforma presto nell’occasione insperata di successo. Il merito è di un libro di cui però Jansen non ha scritto una parola. Quando viene rintracciato da un vecchio che rivela essere il vero autore del romanzo, il prezzo della gloria gli appare all’improvviso troppo amaro.
Stretta ai fianchi dello scrittore in erba è la smania di riconoscimenti e premiazioni che pongano fine ai mancati guadagni e, soprattutto, alla frustrazione montante. La vicenda di Rory Jansen (Bradley Cooper) è a proposito esemplare nel concatenare i tasselli che, da un lato, alimentano lo stereotipo dell’autore indefesso mantenuto da un padre generoso e venerato da una moglie devota (Zoë Saldana), dall’altro, imbracciano l’arma controversa dell’ambizione o più semplicemente del sentirsi “speciali”.
Il processo narrativo innescato dalla scrittura d’esordio della coppia di sceneggiatori/registi Brian Klugman e Lee Sternthal è un incastro di scatole cinesi dove spiccano primi piani, battute smozzicate e rallentamenti eccessivi del ritmo tra gli echi dei flash-back della fiction e la verità dedotta dalle maschere e fumi di gloria attorno a Clay Hammond (Dennis Quaid), la mente che ha generato l’alter ego Rory Jansen.
Se inoltre l’incipit del film è affidato ai dettagli dell’attico newyorchese vuoto e freddo di Hammond - in contrasto evidente con un’aula magna affollata in cui avviene il reading promozionale del suo ultimo romanzo, The words - la meta-narrazione ha davvero inizio nel momento in cui le parole aprono al riavvolgimento da thriller della vita di Jansen. La lettura è dunque un pretesto più che tradizionale per scorrere all’indietro gli eventi e demandare al presente una catena di effetti rovinosi impregnati di morale americana. I tentativi di avvicinarsi al mondo letterario con le sue gerarchie d’agenti e critici pronti all’elogio, sono la premessa di un ritratto in cui l’esistenza di Rory è stravolta dall’urgenza di autoaffermazione tra lettere di rifiuto e pagine mai in linea con i flussi del mercato.
L’espediente che gli fa ritrovare il manoscritto fortunato serve da aggancio con il secondo atto e l’ingresso nella storia del vecchio e vero autore del romanzo. Uno straordinario Jeremy Irons capace di elevare per poco il film con la teatralità vibrante di pochi segni che raccontano un affaticamento punito dalla vita e dalle sue perdite: la morte di una piccola figlia, il distacco dalla moglie amata fino allo stremo, nonostante la colpa di averle affidato il proprio esordio letterario abbandonato su un treno e ritrovato da Jansen in una cartella in pelle acquistata da un robivecchi di Parigi.
Se è vero che nessun dettaglio è per caso, resistono di fatto lacune e prevedibilità, sottolineature didascaliche nei passaggi intermedi tra la cornice di Hammond, il suo incontro con una giovane fan (Olivia Wilde) pronta a metterne a nudo le fragilità, e l’intreccio del bestseller che chiude in maniera piuttosto scontata il cerchio delle ossessioni di Rory e dei suoi scrupoli di coscienza. L’impressione è che l’onda di eventi che abbracciano l’incrocio di ruoli tra scrittori nella finzione e nella realtà non sappiano miscelarsi se non come melodramma, rafforzato da interventi musicali che fanno di The words più un prodotto ben congegnato per la distribuzione televisiva che non un lungometraggio fitto di misteri, domande, provocazioni etiche e nostalgie retrò cui potenzialmente assomiglia.
Di diversa natura è l’ingenuità del giovane scrittore in ascolto del vecchio, il bisogno di trascrivere un ottimo libro per avvertire la soglia più alta, per commuoversi e toccare con mano una bellezza inarrivabile. Si addita o si lascia intendere un’abitudine disonesta e frequente per i più rampanti, di fatto per Jansen un errore con cui gli è difficile convivere tanto quanto per il vecchio ha significato la sparizione del manoscritto. Il seguito si svolge come un castigo delle consapevolezze che impone forse di riabilitarsi riscrivendo quel che è stato e fissando dritta la camera, come fa Hammond nell’ultima sequenza.
Il suggerimento è chiaro, i rispecchiamenti continui, eppure, il dibattito tra quel che è vero e ciò che la finzione cela o finisce pericolosamente per esaltare si riassume nelle domande di una giovane fan estratta dal cilindro, senza una radicale introspezione delle ombre della star letteraria. Ciò non comporta l’accentuazione del giallo, ma piuttosto richiederebbe un argine a certe dilatazioni estetizzanti e melò che penalizzano il pur onesto tentativo di una pellicola costruita attorno al valore delle parole.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.