- Scritto da Giulia Valsecchi
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La sposa promessa - Recensione
Shira è la figlia più giovane di una famiglia ebrea ortodossa di Tel Aviv. Promessa sposa a un coetaneo, è presto costretta a rinunciare al sogno. Durante la festività di Purim, la sorella maggiore Ester muore dando alla luce il primogenito. Di fronte al rischio che Yochai, il vedovo, si trasferisca all’estero portando con sé il neonato, la suocera propone allora la sua unione con Shira. Una scelta combattuta…
Le armi controverse dei dibattiti attorno alle comunità religiose si avvalgono spesso di osservazioni esteriori, caratteri dispersivi e copioni improntati alla divulgazione di una morale pro o contro. Rama Burshtein, regista e sceneggiatrice ebrea ultraortodossa al suo primo lungometraggio con Fill the void (La sposa promessa), dirama invece una scrittura piena e intimista in un contesto che ben conosce e sa esplorare dall’interno.
Il temuto chassidismo ebraico, zittito e osteggiato per le agevolazioni concesse in merito al pagamento delle tasse e all’esenzione dal servizio militare, ha impedito fino a oggi di seguirne e raccontarne l’impatto socio-culturale, più che politico. L’evidenza umana della storia di Fill the void , con il disastro piombato su una famiglia che da un giorno all’altro piange la morte di una figlia, sorella e madre bellissima, si coglie proprio nella scelta di circoscrivere gran parte delle azioni nella casa in cui si consumano festività tradizionali come il Purim - la festa dei bambini che celebra la salvezza dallo sterminio - accanto ai lutti e alle usanze di commiato, ai primi incontri tra promessi sposi e alle preghiere rituali.
La lente attraverso cui il mistero della contrapposizione ancestrale tra uomini e donne è indagato si compone di inquadrature sospese, colori di una fotografia che mette pittoricamente in risalto gli incarnati e l’uso dei dialoghi in funzione di una luce puntata su un cerchio di regole e relazioni che a un occhio comune possono sembrare un catenaccio asfittico. Di fatto, Burshtein rivela non solo di saper attraversare la trama con sapienza di ritmi che rispettano i tempi del dolore e della gioia, delle osservanze e reazioni, ma anche con accenti universali che non negano il panico, la resa, la freschezza del sentimento e la sua rinuncia sofferta per il bene comune.
La centralità di Shira (la brava Hadas Yaron, coppa Volpi migliore attrice 2012) è a proposito un primissimo piano sulle paure e il bisogno di non rinunciare al ruolo assegnato da una comunità consigliera e rispettosa dei precetti del rabbino capo. Figura eletta, quest’ultima, mentre benedice la sincerità della stessa ragazzina che suona la fisarmonica in un asilo e implora l’aiuto divino perché tutto quel dolore le esca dal corpo. Gli occhi di Shira sono il linguaggio di una devozione cui si dà voce senza pietismi né pregiudizio, ma semplice comprensione.
Proprio la sequenza in cui si mostra la consultazione del rosh yeshivah, il rabbino chiamato in aiuto dell’unione possibile tra il vedovo Yochai (Yiftah Klein) e la diciottenne, ricorda i chiaroscuri di Rembrandt. Lo stesso non si tratta di un’alienazione arcaica, estetizzante, ma di un volto di vecchio segnato che conosce tanto la Torah quanto le pieghe del mondo. Qualcuno che abbandona la conversazione sul matrimonio per aiutare un’anziana sola al mondo a scegliere un forno nuovo. Così il pianto di Yochai ubriaco abita il sacrificio di Shira, l’abitudine del padre a ritirarsi è la dichiarata impossibilità della madre di tornare a vivere, se privata della creatura che Ester ha messo al mondo morendo.
Gli opposti delle vite si affrontano senza reticenze nell’emisfero di una casa-rifugio comunitario da cui non si intende fuggire, ma preservare nel candore dei costumi e delle pratiche. Il cibo è condiviso, i denari anche, e i fidanzamenti non si possono rimandare quando la bellezza fa il paio con la responsabilità di un piccolo orfano di madre che smette di piangere al suono della fisarmonica. La religiosità del canto che accompagna le risoluzioni di Shira è la cornice di un rito combinatorio dove la parola fine spetta alla promessa di onorare la vita e mettere pace nella disperazione della sua perdita.
Quanto tutto questo possa esporsi a una Tel Aviv molteplice e vigile, è materia della storicità che la regia persegue dimostrando che le complicazioni dei discorsi tra uomini e donne sono un terreno lontano da dogmatismi. Come durante il Purim si possono abbandonare gli abiti scuri e indossare i colori, così la preghiera e il coraggio di Shira sorreggono il pianto e lo sguardo fisso della madre. Nient’altro che una finestra aperta sul rigore e la verginità di una battaglia per una felicità da spartire sempre e comunque.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.