Travolti dalla cicogna - Recensione

Barbara e Nicolas vivono alla giornata assaporando le libertà di una relazione giovane e spensierata. Quando Barbara resta incinta, gli equilibri della coppia vengono sconvolti e, dopo la nascita della piccola Lea, l’esperienza della maternità porta con sé un cambiamento ancora più radicale.

La famiglia come luogo di partenza e ritorno nutre molte pellicole, soprattutto se la sfida contempla ritratti di maternità, argomento perennemente in bilico tra malesseri ed entusiasmi. L’oscillazione è in genere tracattive madri oppresse da patologie depressive che alimentano stereotipi misogini, e la versione ridanciana, per nulla afflitta da dolore e cara alle dottrine pro-life. Più difficile è scorgere una sottile linea intermedia tra la pazza gioia e quel dolore sul filo delle radici femminili di cui è arduo discutere senza un copione credibile.

Il precedente di un romanzo come Un lieto evento (Marsilio Editore) di Éliette Abécassis, aggrappato allo sguardo di una giovane donna allo specchio prima e dopo la maternità, stringe il nodo attorno alla trasformazione indotta da un sacrificio imprevisto. Non è la leggerezza di una gravidanza inattesa, né il gravame dell’ennesima creatura su uno sfondo sociale degradato, ma il naturale senso di sconvolgimento fisico e d’abitudini che fa da premessa al lungometraggio non senza ironie di Rémi Bezançon.

La condizione più ovvia suggerita da una prima maternità farebbe infatti di Travolti dalla cicogna l’ennesima pellicola sul baby-clash, la fine della coppia per mano del terzo incomodo, con tutto il seguito di suocere e geometrie famigliari rovinose. Di fatto, pur nella sostanziale dilatazione di una vicenda semplice ed esemplare, si affida a Barbara (Louise Bourgoin), e al suo bagaglio di filosofa e intellettuale, larinuncia a qualsiasi teorizzazione per affondare nella pratica maldestra dell’essere madre. La si insegue fino in fondo, con sincerità e primissimi piani che sconvolgono la tendenza ad anestetizzare gli umori; si attraversa la fantasticheria ma anche la rabbia, il primo corteggiamento romantico e l’esercizio faticoso di un corpo stravolto che non sembra dare più risposte.

Dagli assoluti di protezione e cura riservata all’inizio alla neonata Lea, da quei manuali di filosofia un tempo fonte di rassicurazioni, Bezançon sgombra il campo per ammettere la metamorfosi delle vite con un curioso cenno al racconto di Kafka. Ed è un’ammissione condotta nella marea di un rapporto di coppia sempre più asfittico, nella lontananza da quel riflesso allo specchio che torna come prova del doppio da sé.

Il corpo e la mente di Barbara innescano ribellioni fino allo sfinimento, il pensiero a lungo esercitato non trova appoggi e la relazione con Nicolas (Pio Marmaï) dichiara apertamente la propria spaccatura. Non a caso il film prova a spartire il colore - più acceso e sognante nella prima parte e più spento, sommesso nella seconda - facendo i conti con un’insistenza sul dietro le quinte, sui silenzi e le incomprensioni di un nuovo ordine, pur con la misura concessa a un’ideale devozione d’amore.

La regia e soprattutto l’osservazione femminile di cui Bezançon indossa i panni senza remore hanno dunque il merito di liberare un tabù di non facile divulgazione. Resta tuttavia il limite di una storia che si perde parzialmente indugiando su dettagli pittoreschi, scorrendo invece più languidamente sui rapporti famigliari all’origine: l’intensità di Josiane Balasko nel ruolo di Claire, madre di Barbara dal passato burrascoso, si affianca forse in maniera troppo meccanica al suo opposto, la suocera e madre modello di Nicolas pronta a fornire inossidabili istruzioni da puericultrice.

Se infine le statistiche raccontano la parabola discendente di un adattamento alla lunga impossibile, la stessa esigenza di realismo si traduce in un’avventura zeppa di cedimenti, ma anche di brevi vittorie sudate. Così lo spaesamento di Barbara, lo sguardo ignaro di Nicolas e il loro approccio divergente allignano in definitiva tra la paura e la confessione dell’essere impreparati.

Ultima modifica ilDomenica, 29 Luglio 2012 09:57
Giulia Valsecchi

Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatroblog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, IstanbulDalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.

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