Contraband - Recensione

Un action thriller asciutto e godibile che rifà un film islandese con attori americani. Un piacevole guizzo in questa morente cine-stagione estiva

Sembra ancora capace di riservare qualche sorpresa, questa calda estate 2012, che sta lentamente mollando la presa cinematografica sull’insofferente e disattento pubblico in sala in attesa della nuova ondata filmica di settembre. Arriva così solo a fine luglio - dopo sei mesi dall’uscita americana - l’interessante Contraband di Baltasar Kormákur, regista islandese già noto a molti per il suo cult d’esordio 101 Reykjavík. Il film (giusto per non andare troppo in controtendenza con le abitudini degli ultimi anni) è un remake americano di una pellicola europea, in particolare dell’(anch’esso) islandese Reykjavík-Rotterdam di Óskar Jónasson.

La storia è quella di un ex contrabbandiere che, pur essendosi allontanato dall’illegalità e dedicato ad una vita onesta, si vede costretto a riprendere l’antico mestiere per mettere a segno un colpo milionario e salvare la propria famiglia dalle minacce di spietati criminali. Una trama che, a voler leggere fuori dal testo, calza ironicamente a pennello al buon Mark Wahlberg, il quale condivide col suo ultimo personaggio un passato non propriamente “pulito” seguito da una salvifica redenzione. A fronteggiare sullo schermo cotanto protagonista troviamo poi un cattivissimo Giovanni Ribisi, che peraltro ha recitato con Wahlberg anche nell’imminente Ted di Seth MacFarlane.

A conti fatti, Contraband si presenta asciutto e godibile, mescolando gli elementi da costruzione del colpo alla Ocean’s eleven con la tensione del tipico action-thriller. Merito probabilmente anche del freddo - si fa per dire - tocco di Kormákur, il quale evita lungaggini e spettacolarizzazioni rimanendo focalizzato sui rapporti tra i personaggi e sui meccanismi a tempo di una sceneggiatura assai solida (certo bisognerebbe riscoprire la pellicola ispiratrice originale per capire quanto ne sia stato rispettato lo spirito). Un po’ rischiosa, forse, la seconda parte, che medita di trasformare tutto in qualcosa di eccessivamente noir optando invece poi per una soluzione finale ai limiti dell’inverosimile.

Rimane da capire come mai Wahlberg si ostini, volontariamente o meno, a consolidare la nota parodia che I Griffin - ovvero il già citato amico MacFarlane ed il suo entourage - gli hanno dedicato in un episodio di qualche tempo fa, continuando a mostrarsi binariamente “confuso e annoiato” in quasi ogni interpretazione affidatagli. Ma questo, come è intuibile, è una (proverbiale) altra storia.

 

Sembra ancora capace di riservare qualche sorpresa, questa calda estate 2012, che sta lentamente mollando la presa cinematografica sull’insofferente e disattento pubblico in sala in attesa della nuova ondata filmica di settembre. Arriva così solo a fine luglio - dopo sei mesi dall’uscita americana - l’interessante Contraband di Baltasar Kormákur, regista islandese già noto a molti per il suo cult d’esordio 101 Reykjavík. Il film (giusto per non andare troppo in controtendenza con le abitudini degli ultimi anni) è un remake americano di una pellicola europea, in particolare dell’(anch’esso) islandese Reykjavík-Rotterdam di Óskar Jónasson.

 

La storia è quella di un ex contrabbandiere che, pur essendosi allontanato dall’illegalità e dedicato ad una vita onesta, si vede costretto a riprendere l’antico mestiere per mettere a segno un colpo milionario e salvare la propria famiglia dalle minacce di spietati criminali. Una trama che, a voler leggere fuori dal testo, calza ironicamente a pennello al buon Mark Wahlberg, il quale condivide col suo ultimo personaggio un passato non propriamente “pulito” seguito da una salvifica redenzione. A fronteggiare sullo schermo cotanto protagonista troviamo poi un cattivissimo Giovanni Ribisi, che peraltro ha recitato con Wahlberg anche nell’imminente Ted di Seth MacFarlane.

 

A conti fatti, Contraband si presenta asciutto e godibile, mescolando gli elementi da costruzione del colpo alla Ocean’s eleven con la tensione del tipico action-thriller. Merito probabilmente anche del freddo - si fa per dire - tocco di Kormákur, il quale evita lungaggini e spettacolarizzazioni rimanendo focalizzato sui rapporti tra i personaggi e sui meccanismi a tempo di una sceneggiatura assai solida (certo bisognerebbe riscoprire la pellicola ispiratrice originale per capire quanto ne sia stato rispettato lo spirito). Un po’ rischiosa, forse, la seconda parte, che medita di trasformare tutto in qualcosa di eccessivamente noir optando invece poi per una soluzione finale ai limiti dell’inverosimile.

 

Rimane da capire come mai Wahlberg si ostini, volontariamente o meno, a consolidare la nota parodia che I Griffin - ovvero il già citato amico MacFarlane ed il suo entourage - gli hanno dedicato in un episodio di qualche tempo fa, continuando a mostrarsi binariamente “confuso e annoiato” in quasi ogni interpretazione affidatagli. Ma questo, come è intuibile, è una (proverbiale) altra storia.

 

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