L'estate di Giacomo - Recensione

Un film leggero, coraggioso e affascinante, difficile da inquadrare nella griglia di un genere definibile. Pardo d’Oro nella sezione Cineasti del Presente al Festival del Cinema di Locarno 2011.

Non è la Senna, non è Seurat, non è una domenica pomeriggio alla grande jatte. Ricorda tuttavia la fisicità statuaria degna di una rappresentazione parigina del fiume che trascina con sé i sogni di tutti. Non è puntinismo, ma ne valorizza la linfa poetica, in una distribuzione del particolare umano, associato ad un contesto decisamente universale, come l’amore, la giovinezza, i sogni di un ragazzo. È semplicemente l’estate di Giacomo, i suoi diciotto anni, i suoi rumorosi successi nel tentativo di condividere il suono di se stesso.

La campagna friulana ci racconta una nuova estate, alzando il sipario verde di una natura selvaggia e presentandoci il protagonista Giacomo (Giacomo Zulian), rimasto sordo da piccolo, e Stefania (Stefania Comodin), amica d’infanzia. Una fiaba iniziata coi tempi lunghi di inquadrature che giocano con la realtà sporca e cruda di una macchina da presa anarchica e mai troppo ansiosa di sapere. I due si smarriscono nel bosco, nel tentativo di raggiungere l’argine del Tagliamento per godere di un bagno al fiume e di un picnic all’ombra di robinie di cui il Nord è saturo da secoli. La sensualità di questi due personaggi accompagna i giochi da bambini, la spensieratezza dell’adolescenza seminata alle spalle, finchè l’avventura appena vissuta non si materializza in un ricordo dolceamaro di un tempo perduto, un’ombra della propria infanzia che si scuce dal corpo e risulta difficile riacciuffare.

Al suo secondo film, il giovanissimo regista friulano Alessandro Comodin (appena trentenne), ci regala un film leggero, coraggioso e affascinante, a proposito del quale ponderare una recensione critica decisamente poco convenzionale e accademica diventa una scelta preferibile.  Difficile inquadrare quest’opera nella griglia di un genere ben definibile. Si tratta di una storia costruita nel linguaggio ibrido del documentario e della finzione, dove i personaggi rappresentano solo se stessi e dove il rapporto tra la macchina da presa e le vicende non è contaminato da alcun filtro opprimente e coercitivo. Sembra di assistere ad una serie di sequenza autonome e talvolta auto-concluse, elaborate consapevolmente nel tentativo di sollecitare i ricordi di un passato appena trascorso, quasi fossero filmati di famiglia, il repertorio d’esperienze che Giacomo ha deciso di salvaguardare.

L’estate di Giacomo esordisce con delle percussioni e dei piatti. Una batteria suonata, picchiata, sudata. Una musica che acquista il valore della sperimentazione, del rito, della necessità di fruire la vibrazione, il suono, le dinamiche di uno strumento che sa esplodere in termini quasi sinestetici, nella doratura violenta di un crash, nella bronzea delicatezza liquida di un ride che ricorda la pioggia, nella corpulenta marcia grave di un timpano che rimanda ad un generale sanguinario.

Questo film è un dono che l’Italia non saprà  spacchettare, rispettando una terribile consuetudine che costringe i cineasti di un fertilissimo presente italiano ad emigrare. Magari in Belgio, come Comodin, magari in America, come in passato fece Crialese.

Pardo d’Oro nella sezione “Cineasti del Presente” al Festival del Cinema di Locarno 2011, L’estate di Giacomo ha la candida leggerezza di un film che sposa la realtà per puro amore, come un uomo che ama la sua donna al punto di compiere il meraviglioso errore di idealizzarla un po’.

Marco Pellegrino

Nasce il 13 ottobre 1984 a Novara. Ottiene una Laurea nel 2007 in Scienze dei Beni Culturali a Milano, con una tesi sui rapporti tra fotografia e regia cinematografica. Lo stesso anno collabora alla stesura della sceneggiatura di un cortometraggio, “Lo sguardo ritrovato”, con Marco Ottavio Graziano, che vince la sezione “free to fly” del Giffoni Film Festival. Tra il 2007 e il 2008 frequenta l’Accademia Europea di Cinema Griffith di Roma, seguendo un corso improntato sulla regia cinematografica. Nel 2008 scrive la sceneggiatura di “Vita e la città dei morti”, diretto da Giovanni Spadoni, in gara al Festival di Donatello 2009. Tra il 2008 e il 2009 dirige due cortometraggi da lui scritti: “Rosso in collina” e “Come un pesce”, quest’ultimo vincitore del premio “Libera” al festival “Efebocorto” di Castelvetrano (TP). Nel 2010 fonda un collettivo di video-art e società di produzione video, dal nome “DUSTINTROUBLE”, con altri due amici e colleghi: Federico Cau e Giovanni Spadoni. Nello stesso una sua opera video-art, “Vitti-male”, viene esposta al MACRO di Roma, in occasione dell’evento annuale FESTARTE. Nel 2011 collabora con la redazione di critica cinematografica online “Doppioschermo” e ottiene un premio di scrittura nell’ambito di un concorso promosso da “Mymovies” e dalla SNCCI, Società Nazionale Critica Cinematografica Italiana. Nel 2012 fonda insieme a Valentina Valecchi un secondo collettivo artistico, dal nome “ASASA”, prettamente inerente l’animazione cinematografica, video-design e video-grafica, ancora in fase di sperimentazione e crescita professionale.

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