La memoria del cuore – Recensione

Non esordisce nel migliore dei modi Michael Sucsy: la sceneggiatura non convince e l’interpretazione a tratti appare fiacca e inconsistente

“Esistono tanti piccoli momenti d’impatto destinati a cambiare per sempre la nostra vita; e che messi insieme costituiscono una sorta di hit parade dei ricordi […] Ciò che non avevo mai considerato, era la possibilità che uno di quei momenti potesse cancellare il resto per sempre”. Con queste parole il protagonista Leo (Channing Tatum), introduce la storia del suo amore per Paige (Rachel McAdams). Il loro era un matrimonio felice, vivace, sino a quando un violento incidente stradale non ha compromesso gravemente la memoria della ragazza, privandola degli ultimi 5 anni della sua vita, marito compreso.

Esordio alla regia per Michael Sucsy, La memoria del cuore si ispira a una vicenda realmente accaduta; e pur non distinguendosi per stile o originalità, risulta tutto sommato piacevole da fruire. Di fronte a bellissimi precedenti sul tema, come Prigionieri del passato (Mervin Leroy, 1942) o A proposito di Henry (Mike Nichols, 1991), il film di Sucsy è certamente di minori pretese. La sceneggiatura non convince, e anche l’interpretazione a tratti appare fiacca e inconsistente. E in questo senso il doppiaggio non aiuta. Eppure, il punto di vista adottato, la scelta di soffermarsi sulla reazione emotiva di lui, più che sullo scontato e naturale spaesamento di lei, si dimostra corretta e intelligente; e offre un interessante spunto di riflessione sul significato dell’amore, quello vero e totalizzante. è

E’ infatti il personaggio di Tatum a catturare l’attenzione, e a raccogliere empaticamente l’emozione dello spettatore, per la sua capacità di amare onestamente; e di attendere tutto il tempo necessario a ricostruire una vita insieme. Non nella tenue speranza che lei un giorno possa ricordare, ma nella ferma convinzione che se un tempo lo ha amato, potrà farlo una seconda volta. Un percorso già di per se difficile, ma ancor di più se ostacolato da una famiglia invadente e, soprattutto, decisa a strumentalizzare l’amnesia di Page, per recuperare con lei un legame da anni deteriorato. Quale migliore occasione di far leva sul cambiamento e la fragilità della figlia, improvvisamente immemore delle sue scelte più importanti: come l’abbandono di giurisprudenza, la rottura con un fidanzato benestante e villano, e il matrimonio con uno di basso rango, ma che la ama più di chiunque altro. Un passaggio delicato, repentino, motivato dal trauma cerebrale, ma al tempo stesso la più evidente pecca di regia. Il tentativo infatti di condensare la portata e il dramma dell’evento, con tutti i suoi risvolti familiari, nel tempo che separa i due protagonisti, finisce per essere semplificato e riduttivo, sottraendo così credibilità alla narrazione.

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