- Scritto da Giulia Valsecchi
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Cena tra amici (Le prénom) - Recensione
Vincent, quarantenne in carriera, sta per diventare padre. Invitato a cena dalla sorella Elisabeth e suo marito Pierre, lì incontra Claude, l’amico d’infanzia. In attesa di Anna, moglie di Vincent, tutti insistono per sapere il nome del bambino, ma non appena svelato, scoppia una tempesta di non detti.
Levarsi la maschera per mettere a nudo i segreti è tra le tecniche più collaudate e insieme ineludibili di ogni pièce bien faite. E non si tratta di una forma anonima che fluidifica il ritmo della commedia, ma di un accidente o agnizione puntuale per motivare la natura della storia, qualificandola attraverso il linguaggio e la permanenza credibile dei suoi attori. Cena tra amici di Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière è a proposito la prova di una strategia drammaturgica efficace che, sull’onda di un successo teatrale - Le Prénom, messo in scena da Bernard Murat - non rinuncia in sceneggiatura al duello verbale nell’unità di tempo, spazio e azione, pur con istantanee divagazioni in flash-back che solo il cinema concede come valore aggiunto alle repliche sera dopo sera.
Un prologo per voce narrante, voce che si scoprirà essere del protagonista Vincent, guida attraverso i luoghi storici di Parigi, le statue e i nomi che ne hanno plasmato la memoria già preludendo con ironia all’esito spesso rovinoso dell’attribuzione di nomi o nomignoli, ruoli o etichette. Ed è proprio la questione di un nome, il nome del primo figlio che deve ancora nascere e su cui Vincent (Patrick Bruel) costruisce una burla ad arte, a scatenare nel cognato Pierre (Charles Berling) le ire prima più superficiali e poi più radicate nelle opinioni. Ad assistere e prendere parte con tempi e battibecchi alterni, Elisabeth (Valérie Benguigni), sorella di Vincent, intenta a predisporre una cena perfetta e abbondante, e Claude (Guillaume de Tonquédec), l’amico di sempre che, anziché mostrare il fianco come l’innata moderazione gli suggerirebbe, aderisce allo scontro e ne esce ferito non solo a parole. L’ingresso più tardo di Anna (Judith El Zein), moglie di Vincent, fa sì che metà della commedia sia già stata svolta e si possa proseguire coerentemente nella progressione quasi matematica del secondo atto di rottura fino al culmine del terzo.
L’azione iniziale di una camera in corsa attraverso i quartieri parigini finisce così per arrestarsi in un appartamento ricostruito nei dettagli dell’atmosfera di un gruppo d’amici figli degli anni Settanta e delle discussioni assorbite da allora. Non una sospensione stereotipata, né una comoda immobilità dei caratteri, ma un ritmo mosso da scambi serrati che, se da un lato riflettono la tensione più intrinsecamente francese al dibattito sapido e crudele, dall’altro maneggiano sicuri gli equilibri di quegli universali che accomunano e fanno lievitare i personaggi. L’evidente fragilità dei sentimenti intesi come radice e legame che non distingue tra amico e fratello è costretta a uno specchio di confessioni rimbalzate dall’uno all’altro come affronto in crescendo. Dalla battuta sottile si scava fino all’insinuazione, al bisogno di gridare i vuoti di un matrimonio o a smascherare una relazione clandestina tenuta al laccio per non subire giudizi ed esclusioni. La libertà di poter dire e confessare ferendo con precisione è il vortice in cui si stringe una manciata di uomini e donne autenticamente occidentali e borghesi nell’atteggiamento come nell’immaginario, con l’inevitabile piacere esotico per l’Oriente. Un quadro all’apparenza armonico, fidato e conscio del proprio contributo alla società, agli amici, alla famiglia e in poche ore fatto a pezzi da verità mai venute a galla. L’espediente del riso non serve la divagazione, ma una dialettica arguta che alleggerisce e insieme cancella le ipocrisie sommesse, solleva il controcanto delle ombre e dei non detti più aspri.
Il pubblico non può che prendere parte a un ritratto corale in cui spicca la resa cinematografica di un intreccio indipendente dai palchi, ma che proprio perché teatrale nell’essenza e nella recitazione sa attaccare più incisivamente il vizio umano e poco sensazionale del trincerarsi dietro false certezze.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.