- Scritto da Gianluca Grisolia
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C'era una volta in Anatolia - Recensione
Un giallo interessante e opaco che può annoiare o coinvolgere senza mezze misure. Gran Premio della Giuria a Cannes 2011
Fa capolino da un vetro opaco, lo sguardo iniziale di Ceylan sul suo uomo chiave, lo stesso che qualche (filmico) minuto dopo sarà oggetto di ricerca notturna e sfiancante da parte dei protagonisti. E in qualche modo, la vicenda umana dietro questo omicidio - mai cinematograficamente consumato - rimane coperta da un filtro umido, freddo e buio, che copre con dialoghi incessanti la tensione di un carnefice stanco ed impaurito, rabdomante inaffidabile di un cadavere immerso nelle sconfinate e brulle steppe anatoliche.
Dopo aver ottenuto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2011, giunge anche da noi il turco C’era una volta in Anatolia. Il suo giallo atipico si srotola nei quasi 160 minuti di una narrazione così lenta da sembrare paradossalmente in tempo reale. La ricerca del corpo di una vittima di omicidio avviene nell’arco di una notte qualunque, in una breve odissea che coinvolge un rozzo capo di polizia, un procuratore ed un medico, guidati dai ricordi confusi di uno dei due artefici del delitto. La prospettiva dei personaggi è quella cinica e pigra di un giro di ronda o di un normale servizio di routine dove i viaggi in macchina si riempiono di aneddoti futili, di chiacchiere senza pretese, persino di piccoli sfoghi di provincia. Ma dagli spiragli di questa costante sdrammatizzazione affiorano dettagli importanti e decisivi, che aiuteranno a risolvere più di un mistero insoluto.
La regia di Nuri Bilge Ceylan (già cineasta di Uzak e Le tre scimmie) è più che mai asciutta, priva di qualunque tipo di musica e – ad eccezione di una sequenza “onirica” – del tutto lineare. I personaggi e l’ambiente rappresentati appaiono reali, con tutte le loro povertà umane e intellettuali. Le donne, presenze sfuggenti e quantomai periferiche, sono fastidiose matrone o visioni angeliche senza alcuno spessore, colpevoli di essere (come viene simbolicamente detto) causa indiretta della maggior parte dei delitti a sfondo passionale. Gli unici caratteri davvero intensi sono quelli che agiscono per sottrazione: lo schivo dottore, il nostalgico procuratore e il tormentato reo confesso, così distanti tra loro eppure uniti da un palpabile velo di solitudine.
Una pellicola interessante, che può senza alcuna soluzione intermedia annoiare a morte o coinvolgere emotivamente a seconda del profilo di spettatore che si trova di fronte. La speranza, data la qualità dell’operazione, è che possa prevalere la seconda strada, nonostante un lancio distributivo penalizzante come quello pre-estivo.