- Scritto da Giulia Valsecchi
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Benvenuto a bordo - Recensione
Isabelle, responsabile delle risorse umane di una compagnia di crociere, viene licenziata dal capo che ha deciso di interrompere anche la loro relazione segreta. Per vendicarsi, la donna assume come animatore della crociera inaugurale Rémi, un buono a nulla che lentamente migliora il destino di tutti i passeggeri.
Sull’onda lunga delle commedie francesi di successo - dall’intelligente e ben dosata Quasi amici con François Cluzet e Omar Sy alla gustosa Il mio migliore incubo! con Isabelle Huppert e Benoit Poelvoorde - ormai allo scadere dell’anno cinematografico, si finisce nella fossa maleodorante di un cinepanettone come Benvenuto a bordo di Éric Lavaine.
Quel che maggiormente colpisce di una pellicola che ha il colore della patinatura da soap opera è il senso pericoloso dell’ibrido rispetto a un genere che più che rifarsi alla commedia vede comparire insistita la macchina mercantile del product placement. La vera domanda è se si tratti di una commissione ben pagata o se non sarebbe stato meglio tradurla manifestamente in spot per tentare di riabilitare il marchio Costa crociere che firma una presenza da assoluto e smodato protagonista.
Nella confusione promozionale dei ruoli si disperdono inevitabilmente sia le trame possibili, sia i personaggi di un equipaggio che negli intenti avrebbe dovuto farsi specchio dell’umanità debole e sognatrice sulla terraferma. Lavaine dichiara a proposito di aver trascorso insieme con lo sceneggiatore Hector Cabello Reyes una lunga settimana in crociera per rendersi conto di quella seconda folla capace di travestirsi ed essere felice. Onore alla scoperta mirabile del promettente regista. Ai fatti si tratta di una storiella che ha poco da spartire persino con le serie televisive meglio risolte di molte smanie vacanziere da lungometraggio. Il soggetto è un replicante di vendette amorose, battute sconce, forzature patetiche e paesaggi da cartolina che, dopo la recente tragedia della Costa Concordia in affondamento al largo dell’isola del Giglio, non ha nemmeno previsto il buon gusto di un taglio al montaggio nella sequenza iniziale che vede alle spalle di Isabelle (Valérie Lemercier) un depliant promozionale della nave sciagurata. La vicenda che spolpa le assurdità di Rémy (Franck Dubosc), il nullafacente assunto per vendicare il benessere dei capi e amanti che licenziano senza rimorsi, si snoda in caricature mimiche e profondità sentimentali inesistenti. Emblematica la bella statuina del comandante Margherita Cavallieri (Luisa Ranieri) che rifiuta la corte dell’elegante direttore Richard (il pur bravo Gérard Darmon) e nasconde in cabina un figlioletto muto, già lasciando prevedere che sarà sempre l’inopportuno Rémy a compiere il miracolo di far ritrovare al bambino l’uso della parola e conquistare l’amore della madre. Da che mondo è mondo ogni pièce bien fait ruota attorno a un intreccio di progressione e conflitto pur leggeri. Il condimento comico è la forma che dà lustro alla scrittura, non una spiaggia di bellezze al bagno, don giovanni e accalorate donne di mezza età. L’inadeguatezza di Rémy è sì il grimaldello che dovrebbe invertire il corso degli eventi e avvicinare cuori solitari, ma figura più come il nonsense dannoso cui il film resta inchiodato. L’amore trionfa tra riprese in ogni angolo del magico universo Costa, sfarzi, sollazzi di mogli insoddisfatte e lente inquadrature di ammiccamenti e ridicole trame nell’ombra, per poi confluire nel finale di una bellezza senza ammaccature che vede riconciliati i buoni con i buoni e i cattivi puniti al confino.
Resta da chiedersi cosa penseranno i familiari delle vittime di un naufragio che non è il Titanic delle letterature romantiche, come inquadreranno quei denari solertemente investiti in un prodotto che vorrebbe riabilitare d’un sol colpo l’efficienza scintillante della compagnia. Di certo, le conseguenze delle cattive storie per mare fanno il paio con quelle sulla terra, gli arrivismi e le fragilità avrebbero molto più da raccontare di schiere di stereotipi che danzano scanzonati con il vento in poppa.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.