- Scritto da Luca Marchetti
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La vita negli oceani - Recensione
L’attore francese Jacques Perrin, dopo il successo de Il popolo migratore, torna dietro la cinepresa con un altro documentario emozionante, questa volta dedicato al mare e alle creature che lo abitano.
L’errore di molti documentari naturalistici che vengono distribuiti al cinema è quello di essere prodotti totalmente privi di un qualsiasi respiro cinematografico. Questi lavori infatti, puntando più sugli aspetti puramente pedagogici ed istruttivi (spesso con voci fuori campo che spiegano per filo e per segno quali specie animali sono sullo schermo e che cosa stiano facendo) risultano sì perfetti per il National Geographic o Super Quark ma sinceramente fuori posto in una sala cinematografica.
Questa caratteristica è un limite che, coadiuvato da Jacques Cluzard, l’attore Jacques Perrin, grande interprete francese già protagonista di classici come Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini e Nuovo cinema paradiso di Giuseppe Tornatore, ha sempre cercato di evitare durante il suo lavoro di documentarista. Già come è accaduto con il precedente Il popolo migratore, meraviglioso documentario sugli uccelli nominato giustamente agli Oscar (quell’anno purtroppo non c’era partita visto che il rivale da battere era Micheal Moore e il suo Bowling of Columbine), l’obiettivo dei realizzatori non è quello di dare al proprio pubblico una fredda, seppur interessante, lezione di zoologia, piuttosto quello di immergere lo spettatore nel mondo che si è deciso di raccontare: in quel caso i cieli , questa volta il mare.
Gli effetti di quest’operazione non possono dirsi che soddisfacenti. La vita negli oceani (traduzione italiana del più bello e semplice Oceans) è un film, e sottolineiamo questo termine, emozionante, un’opera che quando non commuove lascia più volte a bocca aperta. Il merito, oltre a quello di aver scelto di limitare la voice-off a qualche breve riflessione poetica, è delle attrezzature all’avanguardia che sono state messe a disposizione per girare in tutti i mari del mondo (non è il caso che il film sia costato oltre i sessanta milioni di euro per quattro anni di riprese!). La pellicola, per stessa ammissione dei suoi registi, è stata concepita sin dall’inizio come un racconto cinematografico e per questo, di conseguenza, non ci si è risparmiati nell’utilizzare carrelli, dolly, steady e tutte le tecnologie degne di uno studio americano. I risultati di ciò sono individuabili in scene di una spettacolarità che è difficile trovare perfino in molti kolossal di fiction che vengono prodotti ultimamente. Di esempi se ne potrebbero fare diversi, valga la pena ricordare solamente la scena della tempesta oppure la straziante sequenza del massacro dei pesci (alla quale, una perfetta colonna sonora, regala un pathos difficilmente dimenticabile).
Per concludere, non si può che consigliare la visione di questa eccezionale opera. Sarà sicuramente difficile da rintracciare (la pellicola verrà distribuita solamente nelle sale del circuito The Space) ma ne vale davvero la pena.