- Scritto da Gianluca Grisolia
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La mia vita è uno zoo - Recensione
Melenso ben oltre i limiti dell'irritante, un polpettone di buoni sentimenti che getta una luce oscura sul suo (finora apprezzato) regista Cameron Crowe
Un giovane padre neo-vedovo (Matt Damon, in un ruolo simile a quello del recente Contagion), con due bambini al seguito, decide di dare una svolta alla propria vita e a quella dei suoi figli acquistando una villa in campagna con zoo annesso e prendendosi l’impegno di riportare la struttura alla sua piena funzionalità per salvare gli animali, i dipendenti e una parvenza di equilibrio familiare.
Questa operazione, nonostante la sua lapalissiana e lineare chiarezza, rimane un mistero. E’ possibile che il suo regista, Cameron Crowe (Almost Famous, Vanilla sky), fosse stato un po’ sopravvalutato. Ma l’idea che torni sul grande schermo con un film così irritante e smielato desta più di qualche sospetto. La storia segue tutti i topoi più abusati della commedia sentimentale a sfondo familiare: un protagonista tormentato ma belloccio, una bambina così saggia e insieme tenera da dare sui nervi, un ragazzino problematico e ribelle in perenne conflitto col papà, una spasimante determinata ma deliziosa (Scarlett Johansson, dimessa ma ugualmente troppo affascinante per essere credibile), una combriccola di personaggi da circo, un cattivo severo come un antagonista disneyano, tanti animali dallo sguardo quasi umano, tanto verde da perdersi a vista, giovani amori urlati sotto la pioggia e l’insperata guarigione dal dolore della perdita nel momento più (guarda caso) azzeccato del film. E come se non bastasse, a fare da crosta bruciacchiata a questo immenso polpettone di buoni sentimenti, ben due finali, uno più zuccheroso dell’altro. Il secondo, in particolare (che, in onore alla moda seriale, potremmo ironicamente battezzare How I met your mother), si candida ad essere una delle conclusioni più svenevoli degli ultimi anni.
Nulla da eccepire sugli attori, che fanno del loro meglio per servire una trama a dir poco convenzionale (a parte forse Elle Fanning, che dalla matura bambina di Super 8 sembra essere passata qui ad una sua parodia fin troppo ingenua e ridacchiante). Il vero problema di La mia vita è uno zoo - oltre al titolo, ovviamente: non era meglio tradurre letteralmente quello originale in Abbiamo comprato uno Zoo, che è anche una simpatica frase-tormentone della pellicola? - è che ogni suo passaggio narrativo è prevedibile ai limiti dello sconforto e ricoperto da una patina di felicità da spot televisivo capace di accecare il pubblico con riflessi sgraditi e ripetuti.
Forse agli spettatori più giovani e alle famiglie del Mulino Bianco il film piacerà. Ma data la sua lunghezza e l’assenza di animali parlanti, il rischio reale è che non convinca tanto nemmeno loro.