- Scritto da Angela Cinicolo
- Pubblicato in Recensioni
- Letto 1459 volte
- dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font
- Stampa
Marilyn - Recensione
Nel ruolo della patinata Marilyn Monroe Michelle Williams sorprende gli spettatori e lascia senza fiato con una performance da Oscar. L’attrice vince una sfida rischiosa incarnando un personaggio femminile pieno di contraddizioni ma sottraendosi alla più scontata museificazione reiterata dalla mitografia.
Estate del 1956. Appena ventenne Colin Clark, rampollo neolaureato di una famiglia inglese, ha già in mente e con grande chiarezza quale sogno realizzare: lavorare nel cinema. Grazie al suo ingenuo garbo e alla sua genuina determinazione riesce, non senza fatica, a inserirsi come terzo assistente alla regia del film Il principe e la ballerina, che sarà diretto da una leggenda vivente, Laurence Olivier. Modesto e affabile, Colin avrà modo di conoscere e frequentare sul set, ma non solo, la capricciosa star americana di cui si è invaghito il divo inglese, al punto da volerla come protagonista al posto della gelosa moglie, Vivien Leigh. Il sogno del giovane prende corpo e assume le forme longilinee di una donna che si rivela tanto fragile nell’arte della recitazione quanto potente nel campo della seduzione.
Per raccontare Marilyn Monroe sceglie uno sguardo fresco il regista televisivo Simon Curtis, la cui messa in scena ricorda però nelle tonalità nostalgiche e opacizzate quella di Tom Hooper per Il discorso del re. Nell’idiosincrasia tra la modalità narrativa e quella visiva Marilyn sviluppa il dramma della diva, affidato alle memorie letterarie di Clark che ne rendono perfino più appassionata la calligrafia a cui siamo abituati. L’attrice viene infatti non viene eretta come un mito statuario intorno al quale aleggiano seduzione, attrazione fatale e lenzuola facili: i contorni vengono progressivamente smontati per far emergere un volto più cupo di quello che foulard, occhialoni scuri e labbra rosse provavano in tutti i modi a nascondere. Così, con la misura che ci aspetteremmo da un sangue blu anglofono, il dramma abbassa il velo dell’ipocrisia dal prototipo dell’oca giuliva che etichettò l’attrice e trasforma la favola romantica di un giovane ambizioso nell’incubo atroce di una trentenne a cui il successo finì per tarpare troppo presto le ali.
Se il risultato artistico potrà deludere e svegliare dall’illusoria e cultuale immagine dell’invidiabile stella, ci pensa Michelle Williams a sorprendere gli spettatori: non convincono le sue protesi, il suo neo finto e quelle labbra eternamente pronunciate verso il bacio della popolarità, ma la sua performance lascia senza fiato. L’attrice, che ha accettato e vinto una sfida rischiosa, si cala nelle vesti, anzi verrebbe da dire stavolta nell’incarnato, del suo museificato personaggio: al suo fianco il tenero Eddie Redmayne, che interpreta lo squisito Clark, e un impressionante Kenneth Branagh, a suo agio sotto l’ingombrante cerone del superbo Laurence Olivier, diventano fianchi su cui appoggiarsi con intensità e brillare perfino di più. Riecheggia come uno spirito antico tra i loro personaggi quella donna incredibilmente fragile che il cinema e il divismo vollero mascherare a tutti i costi e che oggi può finalmente rivendicare una femminilità inquieta e piena di contraddizioni, appesantita dai ricordi di un’infanzia infelice ed estenuata dal riverbero della passione.