Project X - Una festa che spacca - Recensione

Manifesto di goliardia e dissolutezza adolescenziale, capace di fomentare moralisti ed antiamericani e divertire nel contempo il pubblico più prevenuto



La scena finale di Una notte da leoni (assai più rappresentativo l’originale The Hangover), che mostrava durante i titoli di coda le famigerate fotografie degli eventi consumatisi durante l’oblio dei protagonisti, è diventata la sintesi ideale dell’intera pellicola. Oltre ai fan, deve averla amata soprattutto Todd Phillips, regista del film e del suo sequel, il quale ad un certo punto avrà pensato: “Chissà come sarebbe un film che, invece di dimenticare i fatti più scabrosi di una notte di eccessi, li mostrasse fedelmente, non solo con cenni o ricostruzioni, bensì nella forma di un mockumentary sullo sballo più puro”. Se avesse posto agli spettatori tale quesito, non v’è dubbio che si sarebbero eccitati all’idea soltanto gli animi più scalmanati o superficiali, lasciando indifferente il pubblico con qualche velleità cinefila in più. Ma l’idea di Project X è arrivata per puro caso, sviscerando vari racconti legati ad esperienze di party memorabili (confluiti poi nella sceneggiatura di Matt Drake e Michael Bacall). E Phillips non si è lasciato sfuggire l’occasione di produrre.


Della trama non c’è davvero quasi nulla da dire. Tre amici sfigati intendono organizzare, per i 17 anni di uno di loro, la festa più epica di sempre. E, sebbene la situazione sfugga loro clamorosamente di mano (o in realtà, dovremmo dire, proprio per questo motivo), raggiungono appieno l’obiettivo. Lo stile è quello del finto documentario, il cui materiale filmato proviene principalmente dalle riprese di un quarto amico – Dax, che fa capolino solo alla fine -. Gli attori sono tutti non professionisti, il che rende ancora più verosimile il tutto.


Che il cinema si sia gradualmente affrancato dall’obbligo di lezioni morali o intenti pedagogici ad ogni costo è ormai assodato da anni, forse lustri. Ma un’operazione come Project X - Una festa che spacca appare, a tal proposito, addirittura provocatoria per la sua pochezza filmica. Nondimeno, siamo di fronte ad una forma di intrattenimento puro, performato a livelli davvero impensabili per una trama del genere. Un vero e proprio manifesto di goliardia adolescenziale e dissolutezza, capace insieme di fomentare i detrattori della civiltà made in USA (“Ma quanto sono stupidi, questi americani?”) e divertire anche il pubblico più prevenuto. Sperando solo che non partorisca un inutile sequel: quello sì che sarebbe ingiustificabile.



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