Cosmopolis - Recensione

Una pellicola che stordisce lo spettatore in un viaggio tra atarassia, dialoghi surreali alla Lynch e cerebralismi elitari



A un anno dal freudiano A dangerous method, il maestro David Cronenberg torna sul grande schermo partecipando alla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes. La sua attenzione si è questa volta posata sul complesso romanzo Cosmopolis di Don DeLillo, che lo ha portato un’altra volta ad esplorare i meandri della mente umana ed intingerle di noir. Protagonista della pellicola, un apatico (e quindi decisamente in parte) Robert Pattinson, il quale già aveva tentato di allontanarsi dal suo avatar twilightiano con le sue performance di Come l’acqua per gli elefanti e Bel Ami.


Il suo personaggio è quello di un giovanissimo e geniale speculatore finanziario che, tra ossessioni e sociopatia, trascorre buona parte del suo tempo all’interno di una ipertecnologizzata limousine ad incontrare persone chiave della sua routine personale e lavorativa. Sullo sfondo, una New York sempre più tumultuosa, in cui il clima è tesissimo a causa di una protesta globale che potrebbe minare la vita del Presidente degli Stati Uniti e persino quella del milionario protagonista.


Se per anni la critica è stata solita accostare la carnalità di Cronenberg alla visionarietà labirintica di Lynch, Cosmopolis dà ulteriore credito a questa tesi. I dialoghi dei suoi attori, che sembrano impalpabili come fantasmi, hanno una componente surreale così marcata da farli apparire ridicoli ed inquietanti al contempo, come i conigli antropomorfi di Rabbits o gli spiriti ineffabili della Loggia Nera twinpeaksiana. Ogni analisi, ogni conversazione, ogni pensiero del film viene trasfigurato in un cerebralismo estremo che pontifica su massimi sistemi economici, politici ed umani, sopra i quali l’atarassico Eric Packer sembra scivolare, in perenne ricerca di qualunque stimolo fisico ed intellettuale che dia un senso alla propria esistenza. Le luci fredde di monitor ricoperti di grafici e cifre si alternano ai toni lividi di una città sempre più cupa e notturna, che viene oscurata anche in pieno giorno dall’interno del lungo e comodo guscio blindato dove il protagonista si sente protetto e vulnerabile insieme, in un gioco di masochistica paranoia autosabotante.


Summa di locuzione masturbatoria e nevrotica, la sequenza conclusiva con Paul Giamatti, colpevole indovinato (dal regista e dal pubblico), magistrale in tutto il suo sviluppo e, soprattutto, nel suo finale così aperto eppure senza scampo. “Tu mi stai costringendo a ragionare e non mi va”, afferma seccato Packer verso gli ultimi minuti del film. Una frase simbolica, capace di sintetizzare la reazione dello spettatore ad un film che, più che stimolarne l’attenzione, la violenta con profluvi verbali ed elitaria angoscia metropolitana.



Ultima modifica ilVenerdì, 25 Maggio 2012 22:32
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