- Scritto da Marco Pellegrino
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Silent Souls - Recensione
Amore e Morte in un viaggio tra le immagini livide e cupe della luce russa. Quella di Aleksei Fedorchenko è l'opera tenera e nostalgica di un grande poeta dell'immagine che racconta le credenze dei Merja, un antico popolo russo, scomparso da 400 anni.
Fili colorati sul pube di una giovane sposa o di una salma in attesa di essere cremata, legati alle dita di un albero il giorno dopo il sesso nuziale, avvinghiati alla vita di lei che non è più, o almeno è ancora corpo da celebrare nel rito funebre di un popolo antico. Amore e Morte in un disegno sottile, silenzioso e stupefacente. Amore e Morte in un viaggio tra le immagini livide e cupe della luce russa, aspra di cieli grigi e grassi di pioggia, icone storiche di una terra ostile, ma ricca di tradizioni deferenti alla poesia dell’Acqua, degli Alberi, degli Uccelli, del Cielo, del Sole e degli Uomini.
Alla morte dell’adorata moglie Tanya (Yuliya Aug), Miron (Yuri Tsurilo) chiede al suo miglior amico Aist (Igor Sergeyev) di aiutarlo a salutarla secondo i rituali della cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica del Lago Nero, pittoresca regione della Russia centro-occidentale. I due uomini, accompagnati da una coppia di uccelli in gabbia, intraprendono un viaggio di migliaia di chilometri attraverso terre sconfinate, condividendo, come prescritto dalle proprie usanze, i ricordi più intimi della vita coniugale.
Silent Souls è l’opera di un grande poeta dell’immagine: attento ritrattista dei sentimenti umani più drammatici e mai patetici – attraverso l’impeccabile superficie fotografica di una pellicola fatta di grigi, di verdi e marroni scuri, di neri fitti, di inquadrature lunghe ed esaustive – Aleksei Fedorchenko ci presenta una storia permeata di Amore, di temi universali che giocano senza risate sguaiate e volgari, ma con sorrisi deboli e dosati, a proposito del principio filosofico di fine, di termine, di Morte, emancipandosi da un concetto vetusto di pessimismo che non ha il merito di suggellare quella che è sicuramente una tesi maggiormente genuina, poetica e spirituale, in questo film: “In questo mondo, vivere, amare e morire sono ugualmente desiderabili”, afferma il regista, “Per i Merja non ci sono divinità, Solo Amore e Acqua che a sua volta rappresenta la morte più desiderabile, quella per annegamento. Tutti questi elementi, queste tradizioni, li ho attinti dalle informazioni ricavate grazie agli scavi archeologici compiuti in queste zone, agli studi e da un’immaginaria mitologia della regione del Volga”. Tanya, Miron e Aist sono i discendenti di un popolo scomparso nel XVII secolo, una cultura di cui rimangono documenti e testimonianze che hanno assecondato la ricreazione di un apparato mitologico ex-novo da parte dell’autore, quantunque non sempre filologicamente aderente ai tratti distintivi di una civiltà che non esiste più da 400 anni, ma alla quale è stato affidato un sistema di credenze che non ne offende la memoria e da cui si evince, al contrario, un profondo rispetto del passato.
Il film si apre con una pedalata in bicicletta di Aist, in mezzo ad una strada umida e fredda che divide un bosco fitto di alberi alti ed esili. Alle spalle del protagonista vediamo una gabbia che contiene due zigoli, uccelli giallo-verdi molto comuni alla famiglia dei passeri, diffusissimi in Russia, gli Ovsyanki che danno al film il suo titolo originale; i personaggi più chiassosi della storia, ostinatamente protesi verso la libertà, l’emancipazione, verso un cambiamento che sovvertirà le dinamiche lente e dal sapore mortuario e dolciastro del film. Al di là del bosco troviamo il Fiume, protagonista indiscusso dell’intera storia, contenitore degli umori liquidi e pesanti dei suoi personaggi, letto di anime morte e stanche, in cammino vorticoso verso la fine di cui cantano i colori e gli odori, nell’incapacità di comprendere appieno il mondo, la realtà nella quale ogni cosa ci appare sempre finalizzata.
Il fiume scorre lasciando solo l’immagine di qualcosa che non muta all’apparenza, in un’iconica rappresentazione della bellezza eterna della donna, della femminilità: “i corpi delle donne sono come dei fiumi”, ci racconta Aist nel corso della storia, “che possono portare via il dolore. Peccato che non ci si possa annegare dentro”. L’acqua scorre e sollecita da millenni un’interpretazione storica del vivere, scisso tra la dimensione di un passato che non è più, un presente che non fai mai in tempo a capire o osservare, prima di esserti già sfuggito e lasciarti in prossimità di un futuro che non riesci minimamente a prevedere. L’acqua scorre e ti porta via le persone più care, imponendo un termine alla vita di ognuno, alla gioia, al dolore, ma non all’amore. “Soltanto l’amore non ha fine” è il sospiro esalato con nostalgia da un film che guarda con occhi attenti e curiosi ad un concetto di passato che nell’Arte ha sempre affondato gibbose radici nel sentimentalismo, svincolandosi magistralmente, questa volta, dalle trappole del lirismo patetico e banale della tradizione più conservatrice della cultura contemporanea e adottando una poesia altamente espressiva delle immagini – grazie anche alla fotografia di Mikhail Krichman, composta come una partitura musicale direttamente nell’anima di ogni singolo spettatore (Premio Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Fotografia del Film) – per raccontare la paura del termine, della solitudine, della fine, dell’oblio: “Ho letto che un’etnia è viva finchè ricorda la propria lingua e finchè custodisce le proprie tradizioni”, afferma la calda voce narrante di Aist, “questo nostro rito è l’ultima cosa che lega un Merja alla vita. Che cosa resterebbe di noi se anche questo venisse dimenticato?”.
Marco Pellegrino
Nasce il 13 ottobre 1984 a Novara. Ottiene una Laurea nel 2007 in Scienze dei Beni Culturali a Milano, con una tesi sui rapporti tra fotografia e regia cinematografica. Lo stesso anno collabora alla stesura della sceneggiatura di un cortometraggio, “Lo sguardo ritrovato”, con Marco Ottavio Graziano, che vince la sezione “free to fly” del Giffoni Film Festival. Tra il 2007 e il 2008 frequenta l’Accademia Europea di Cinema Griffith di Roma, seguendo un corso improntato sulla regia cinematografica. Nel 2008 scrive la sceneggiatura di “Vita e la città dei morti”, diretto da Giovanni Spadoni, in gara al Festival di Donatello 2009. Tra il 2008 e il 2009 dirige due cortometraggi da lui scritti: “Rosso in collina” e “Come un pesce”, quest’ultimo vincitore del premio “Libera” al festival “Efebocorto” di Castelvetrano (TP). Nel 2010 fonda un collettivo di video-art e società di produzione video, dal nome “DUSTINTROUBLE”, con altri due amici e colleghi: Federico Cau e Giovanni Spadoni. Nello stesso una sua opera video-art, “Vitti-male”, viene esposta al MACRO di Roma, in occasione dell’evento annuale FESTARTE. Nel 2011 collabora con la redazione di critica cinematografica online “Doppioschermo” e ottiene un premio di scrittura nell’ambito di un concorso promosso da “Mymovies” e dalla SNCCI, Società Nazionale Critica Cinematografica Italiana. Nel 2012 fonda insieme a Valentina Valecchi un secondo collettivo artistico, dal nome “ASASA”, prettamente inerente l’animazione cinematografica, video-design e video-grafica, ancora in fase di sperimentazione e crescita professionale.