- Scritto da Luca Marchetti
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Margin Call - Recensione
L’inizio del crack economico che ha messo in ginocchio un intero sistema finanziario è raccontato da un thriller indipendente messo in scena magistralmente dall’esordiente J.C Chandor grazie ad un cast perfetto.
Lehman Brothers è un nome che grosso modo tutti abbiamo avuto il dispiacere di conoscere. Ma quanti veramente sanno cosa questa enorme finanziaria mondiale abbia fatto e soprattutto, cosa abbia comportato il suo crollo vertiginoso per il sistema economico mondiale? L’esordiente J.C. Chandor alla sua prima prova da regista e sceneggiatore prova a dare uno sguardo dentro le stanze dove il “dramma” è accaduto per raccontarlo al grande pubblico. Cambiando i nomi dei protagonisti e inserendo i fatti realmente accaduti in contesto puramente di fiction Margin Call si assume l’onere di essere uno dei primi film a narrare con efficacia cosa abbia fatto scattare la crisi economica che ancora stiamo vivendo.
A differenza di altre pellicole con gli stessi obiettivi (il pensiero corre al verboso e televisivo Too big to fail di Curtis Hanson e all’inconcludente sequel di Wall Street di Oliver Stone) la pellicola di Chandor al pregio di concentrarsi unicamente sulle dinamiche della storia evitando discorsi retorici o risvolti sociologici inopportuni. Per chi, sicuramente la maggior parte, è completamente digiuno di economia di mercato e di transizioni finanziarie, assistere ad un film che ha questi due argomenti come temi principali (monopolizzando il novantanove per cento dei dialoghi) potrebbe essere pregiudizialmente una pellicola da evitare. E invece Margin Call, nonostante la sua natura “specialistica”, funziona anche e soprattutto come oggetto cinematografico. Il merito sta senza dubbio nella trovata del giovane regista di raccontare tutto come se fosse un thriller mozzafiato. Chador infatti, piuttosto che mettere in scena un documentario economico, o peggio imbastire un’opera di finzione estremamente divulgativa e moraleggiante, decide di raccontare quello che alla fine dei conti si è rivelato un vero e proprio delitto con i meccanismi che il genere noir concede. Ecco dunque motivate le atmosfere angoscianti e desolate, il cinismo e la rabbia dei protagonisti, il ritmo concitato e l’incredibile suspance che la storia mantiene fino alla sua conclusione, nonostante si conosca da subito sia il finale della vicenda, sia chi siano i veri colpevoli.
Altro merito che va attribuito al giovane Chandor è quello di scegliere un cast perfetto, dove ogni attore, oltre a risultare credibile, recita in stato di grazia. Ormai ci siamo abituati ad ottime performance quando si parla di gente di livello del calibro di Stanley Tucci o Paul Bettany, ma è senza dubbio molto piacevole notare come attori come Kevin Spacey, Demi Moore e Jeremy Irons, ultimamente abbonati a ruoli e film dimenticabili, siano ancora capaci di tirare fuori delle grandi interpretazione. In più sono da segnalare a parte le prove dell’emergente Zachary Quinto (dopo lo Spock del nuovo Star Trek ha aggiunto un altro notevole tassello alla sua carriera) e del “mentalista” Simon Baker, ottimo interprete che, con una piccola ma significativa parte, fa capire come sia capace di regalare molto anche sul grande schermo.