- Scritto da Angela Cinicolo
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Il richiamo - Recensione
Il secondo film di Stefano Pasetto è una una storia tutta al femminile che prova a scardinare i recinti di genere dell'amore e dell'identità femminile mentre sviluppa temi impegnati come la fuga e la malattia. Ma la modernità viene solo accennata.
Buenos Aires. Lucia è una hostess, suo marito un allergologo spesso assente e ai due tocca frequentemente salutarsi all'aeroporto come due sconosciuti. La donna non riesce a portare avanti nessuna gravidanza e questo la getta nell'ombra di una depressione logorante che sembra risucchiarle ogni energia vitale. Le lezioni di pianoforte a Lea, giovane solare e confusionaria che sogna di lavorare in Patagonia ed è ossessionata da un padre lontano, sembrano risollevarle il morale. Ma quando Luisa scopre il tradimento di suo marito tra le lenzuola e nello studio (l'uomo le ha nascosta che ha il tumore), la donna decide di abbandonarsi all'affetto e alla gioia di Lea e di abbandonare il suo ruolo di figurina femminile per riscoprirsi e reinventarsi altrove. Nel pacifico e rasserenante sud del mondo però le due capiranno che la loro fuga non equivale a una soluzione di ogni... male.
Al suo secondo lungometraggio, dopo Tartarughe sul dorso, il documentarista Stefano Pasetto, porta sullo schermo Il richiamo, una storia tutta al femminile - sceneggiata da lui e da Veronica Cascelli - che prova a scardinare i recinti di genere dell'amore e dell'identità femminile mentre sviluppa temi impegnati come la fuga e la malattia. Interpretato da due straordinarie Sandra Ceccarelli e Francesca Inaudi, delicate e intense nei loro ruoli agli antipodi, il drammatico ritratto rosa risulta però poco equilibrato nel rincorrere i suoi intenti: vorrebbe travalicare i margini del cliché dell'amore saffico, ma, malgrado una meravigliosa tenerezza nella messa in scena, che si sottrae elegantemente agli inciampi pruriginosi, finisce per arrovellarsi su schemi stereotipati mancando del coraggio che lasciava intravedere nella prima parte del film. Scappate insieme sulla loro "isola" della felicità, scevra di compromessi ma anche di cognizione sentimentale, le due donne si distaccano e si riallineano alle cornicette patriarcali. Il richiamo, ai loro istinti, dunque non funziona.
Davanti alle loro derive, i temi portanti come il disagio, psicologico prima e fisico poi, sembrano così sfumarsi come in una misteriosa dissolvenza, affondati come un'ancora gettata in pieno oceano da una barca che ha bisogno di manutenzione, insistita metafora del film. Pasetto prova ad affidare alla memoria e a quel velo di melanconia di cui questa si carica naturalmente (vedi l'irruzione dell'anziana e solitaria signora) le esistenze delle sue protagoniste, di cui però racconta solo un presente funambolico. Di fronte a loro il paesaggio, di una bellezza disarmante, subentra prepotentemente nello sguardo degli spettatori, che si lasciano catturare da un mondo arcaico e primordiale, lo stesso che il film sembrava inizialmente volesse divellare per rispondere alla necessità di una modernità che viene però solo accennata.