Gli infedeli - Recensione

Da un'idea del premio Oscar Jean Dujardin, la commedia a episodi sulle infinite declinazioni del tradimento

Balzata agli onori delle cronache prima ancora che uscisse nelle sale francesi per le critiche di sessismo generate dalle immagini apparse sulle locandine, Gli infedeli è - nelle intenzioni dei due protagonisti - un omaggio ai classici della commedia all’italiana (chiaro il riferimento al film ad episodi I mostri di Dino Risi, con protagonisti Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi).

Nella pellicola Jean Dujardin e Gilles Lellouche - attori, sceneggiatori e registi di un episodio - declinano al maschile le molteplici facce del tradimento coniugale: dai dongiovanni impenitenti ai teneri padri di famiglia che vogliono evadere la routine coniugale, i due protagonisti esasperano l'immagine del maschio traditore, mosso unicamente dall’istinto primordiale per il sesso e privo di qualunque implicazione sentimentale.

I tanti volti dell’infedeltà maschile sono raccontati da alcuni tra i registi più gettonati d'oltralpe - Emmanuelle Bercot (“La domanda”), Alexandre Courtès (“Infedeli anonimi”), Michel Hazanavicus (“La coscienza pulita”), Eric Lartigau (“Lolita”), Fred Cavayé (“Il prologo”) - e da un azzeccatissimo cast di contorno, in cui spicca Alexandra Lamy, moglie dell’attore premio Oscar anche nella realtà. Il risultato è una commedia ben amalgamata che nonostante le critiche di misoginismo riesce a puntare “forte” su un argomento rendendolo del tutto realistico e arricchendolo con il classico cameratismo maschile.

Nonostante rischi più volte di sfociare nel volgare come la commedia tipica americana, a tratti Gli infedeli è così demenziale da strappare più di una risata grazie alle situazioni paradossali descritte nel film, come la scena in cui Guillaume Canet lancia dal balcone il cagnolino per cancellare prove del suo tradimento (uno dei tre brevissimi ed esilaranti sketch che fanno da intermezzo agli episodi più amari).

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