- Scritto da Giulia Valsecchi
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Tutti i nostri desideri - Recensione
Claire è un giovane magistrato di Lione: durante un’udienza conosce Céline, madre di una compagna di classe della figlia strozzata dal sovraindebitamento. Per aiutarla, coinvolge Stéphane, giudice esperto con cui instaura una speciale amicizia e intraprende una battaglia contro gli abusi del credito.
Nel saggio epocale di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, si legge: «Non è detto che lasciarsi commuovere sia meglio. Il sentimentalismo, come è tristemente noto, è del tutto compatibile con la propensione alla brutalità o ad atti ben peggiori». Il riferimento diretto è alle guerre e alla loro rappresentazione che suscita con facilità atteggiamenti compassionevoli, indice di una distanza dalla effettiva corrosività dei drammi. Si potrebbe tranquillamente trasporre questa convinzione nel cinema che ritaglia drammi personali e incontri non fortuiti.
Dopo il toccante Welcome (2009) sul tentativo tragico del giovane curdo Bilal di attraversare a nuoto la Manica per raggiungere l’amata promessa in sposa a un cugino, Philippe Lioret - regista, sceneggiatore con Emmanuel Courcol e ora anche produttore - affronta con uguale lirismo sobrio e per questo alto, un intreccio di vite che ruotano attorno all’opposizione antica tra volontà decise ed eventi involontari, ma capaci di condizionare irrimediabilmente i destini. Il conflitto è suggerito dal romanzo di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia (pubblicato in Italia da Einaudi) di cui il regista salva non tanto gli snodi narrativi, ma prova ad attraversare con convinzione condivisa anche dallo stesso Carrère una riscrittura che preservi lo spirito e l’emozione stratificata di parole e personaggi chiave.
Il silenzio di Claire (la delicata Marie Gillain) alla notizia di una malattia incurabile che le concederà poco tempo per qualsiasi intenzione fa parte di un universo dei desideri che danno titolo al film prendendo spunto proprio dai volantini delle società di credito a consumo tanto diffuse e causa di rovine, come d’altro canto indispensabili all’andamento del mercato, al nutrimento delle illusioni e alla soddisfazione di voglie comuni.
Sulla sponda confinante c’è Stéphane (il sempre intenso Vincent Lindon), giudice con un’esperienza che tiene a bada i coinvolgimenti senza negarsi l’occasione di ritrovare grazie a Claire una risorsa e una battaglia creduta persa, un ruolo paterno di amico che generosamente ascolta e fa senza opporre resistenze. Nessuna concessione al sentimentalismo, nessuna scontata incrinatura dei legami personali e consolidati di un uomo e una donna che continueranno a darsi del lei, ma piuttosto un’alleanza certa che volutamente tradisce il romanzo, ma non il ruolo del cinema di Lioret deciso a “esserci” quanto quel reporter e fotografo di cui scrive Sontag.
L’intervento congiunto di Claire e Stéphane per salvare Céline, la madre coperta di debiti dal marito fuggito chissà dove, è così un’opportunità di scrittura e resa diretta, senza filtri retorici di dialoghi che raccolgono il passato di ciascuno, sgranando uno dopo l’altro e senza dettagli vuoti i motori di una pluralità di storie. Il tempo stesso del racconto non esce mai dilatato in primi piani formali: l’incrocio degli occhi è ininterrotto ed essenziale, lo scambio sa di impegno reciproco, altra parola chiave di quel desiderio che accomuna e trascende il patetismo nel momento in cui agli oggetti, ai silenzi e a brevi movimenti spetta di annunciare la fine di una vita o l’esito di una conquista legale.
Come già in Welcome, dove l’evidenza dei corpi e delle determinazioni apparentemente più assurde serviva a escludere filtri tra finzione e mondo, anche in Tutti i nostri desideri non c’è ripresa o musica che non sia avanzamento ragionato di gran lunga più complice ed efficace della sottolineatura esibita del dolore. Quello di chi resta e ha perso un’amica, una moglie, una madre. Quello di vittime del mercato raramente costretto a riallinearsi entro nuove regole, e così di ogni ritirata rivoluzione che sarebbe tanto più semplice esaltare con colori e luci da fiction capaci però, in un attimo, di cancellare l’intuizione dell’uomo di cui Lioret sa indagare, invece, con rara nitidezza l’atto e la coscienza più intima.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.