- Scritto da Marco Pellegrino
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The Rum Diary - Recensione
Sembra il diario di un uomo senza parole, un resoconto lontano di fatti realmente accaduti in un’epoca remota, ma priva di concretezza materiale e narrativa il nuovo film di cui è protagonista Johnny Depp. Il racconto di una pigra ed oziosa rivoluzione contemporanea, autentica, epurata dai romanticismi di diari in motocicletta e leggende di uomini forti.
Il percorso dal rum alla realtà è filtrato dall’ebbrezza di una ricerca, dalla necessità di scrivere, di documentarsi, di conoscere. Il percorso dal rum alla verità annebbia altresì le certezze del ruolo sociale di un giornalista o di uno scrittore di fronte all’atavico conflitto tra onestà e corruzione. La strada che ci conduce dal rum alla notizia è un diario che imprime il pensiero di un uomo, una cronaca di passioni che consuma l’eterno dibattito sulle torbide conquiste post-colonialiste del capitalismo occidentale e del sogno americano.
The Rum Diary ci racconta la storia del giornalista Paul Kemp (Johnny Depp), avido consumatore di alcool, il quale si trasferisce a Puerto Rico per scrivere come free lance in un mediocre quotidiano locale sull’orlo del fallimento, “The San Juan Star”, diretto da uno stanco e annoiato Mr. Lotterman (Richard Jenkins) e frequentato da professionisti del mestiere, ridotti all’apatia e alla rassegnazione dall’estremo abuso di rum e dai modesti e futili incarichi del giornale, ipocrite coperture di un vortice di corruzione che alimenta la feroce speculazione edilizia estesa su tutto il territorio.
Il film dello scrittore e regista londinese Bruce Robinson affronta con rischio una tematica consunta e da tempo sterilizzata dal cinema del quarto potere. Disegna un personaggio complesso e ambiguo, spogliato dall’etica dell’eroismo virile e dalle esasperazioni della stilizzazione narrativa, ispirandosi alla reale figura di Hunter S. Thompson, scrittore e giornalista scomparso nel 2005, autore nel 1959 di un vero “Rum Diary” cartaceo, divenuto successivamente un romanzo grazie anche all’apporto dell’amico Johnny Depp: “Mi sono imbattuto quasi per caso in The Rum Diary”, ricorda Depp, “Ero con Hunter nel seminterrato della sua casa di Woody Creek, in quella che era chiamata la stanza di guerra e infatti era piena di scatoloni. Non sapevo cosa ci fosse dentro, così ho iniziato ad aprirli tutti e ad un certo punto è saltato fuori un manoscritto intitolato The Rum Diary”.
Sembra il diario di un uomo senza parole, un resoconto lontano di fatti realmente accaduti in un’epoca remota, ma priva di concretezza materiale e narrativa. Il protagonista assume dei tratti psicologici estremamente diafani e a tratti irrisolti, in un percorso lento che lo accompagna gradualmente a delle prese di posizione, fuggendo sempre da atteggiamenti univoci o risposte certe. Sembra il racconto di una pigra ed oziosa rivoluzione contemporanea, autentica, epurata dai romanticismi di diari in motocicletta e leggende di uomini forti. Sembra la storia di un uomo qualunque in una bellissima terra minata dal qualunquismo degli uomini. Un protagonista silenzioso e armato di un vago e poco convincente impegno civile, il cui ritratto opaco e alcolico risulta forse più apprezzabile e stimolante, prescindendo dai manierismi epici e cavallereschi di buona parte del cinema contemporaneo. Sembra il diario di un fantasma, scritto e raccontato da una presenza simulacrale, di cui il bravo Johnny Depp diviene portavoce anche sul set: “Uno dei miei tentativi di salutarlo è stato continuare nella nostra impresa e costringerlo, anche se è morto, a fare il produttore. Ho chiesto che ci fosse una poltrona per Hunter con il suo nome scritto sopra; ho chiesto che ci fosse una copia della sceneggiatura per lui, con il suo nome scritto sopra; ho chiesto che ci fosse una bottiglia di Chivas Regal accanto alla sua poltrona, ogni giorno, e, ovviamente, anche un bicchiere pieno di ghiaccio, per Hunter”.
Marco Pellegrino
Nasce il 13 ottobre 1984 a Novara. Ottiene una Laurea nel 2007 in Scienze dei Beni Culturali a Milano, con una tesi sui rapporti tra fotografia e regia cinematografica. Lo stesso anno collabora alla stesura della sceneggiatura di un cortometraggio, “Lo sguardo ritrovato”, con Marco Ottavio Graziano, che vince la sezione “free to fly” del Giffoni Film Festival. Tra il 2007 e il 2008 frequenta l’Accademia Europea di Cinema Griffith di Roma, seguendo un corso improntato sulla regia cinematografica. Nel 2008 scrive la sceneggiatura di “Vita e la città dei morti”, diretto da Giovanni Spadoni, in gara al Festival di Donatello 2009. Tra il 2008 e il 2009 dirige due cortometraggi da lui scritti: “Rosso in collina” e “Come un pesce”, quest’ultimo vincitore del premio “Libera” al festival “Efebocorto” di Castelvetrano (TP). Nel 2010 fonda un collettivo di video-art e società di produzione video, dal nome “DUSTINTROUBLE”, con altri due amici e colleghi: Federico Cau e Giovanni Spadoni. Nello stesso una sua opera video-art, “Vitti-male”, viene esposta al MACRO di Roma, in occasione dell’evento annuale FESTARTE. Nel 2011 collabora con la redazione di critica cinematografica online “Doppioschermo” e ottiene un premio di scrittura nell’ambito di un concorso promosso da “Mymovies” e dalla SNCCI, Società Nazionale Critica Cinematografica Italiana. Nel 2012 fonda insieme a Valentina Valecchi un secondo collettivo artistico, dal nome “ASASA”, prettamente inerente l’animazione cinematografica, video-design e video-grafica, ancora in fase di sperimentazione e crescita professionale.