Il castello nel cielo - Recensione

L'isola volante di Miyazaki torna a fluttuare, ma stavolta sul grande schermo. In attesa di un'edizione home video che non si volatilizzi



L’isola non ha ancora finito con te”, recitava uno dei tormentoni dell’inquietante John Locke nel mai dimenticato Lost. Una frase enigmatica che sembra calzare perfettamente anche al caso Laputa – Il castello nel cielo, il gioiello animato di Hayao Miyazaki del 1986 che da noi era stato prima recuperato dai fan grazie alle infinite vie del web, poi pubblicato in una edizione dvd Buena Vista nel 2004 misteriosamente ritirata dal mercato a meno di un anno dal lancio, infine riproposto solo ora al cinema grazie alla Lucky Red con un titolo epurato (non si sa perché) dell’evocativo nome dell’isola. Per l’occasione è stato anche operato un nuovo doppiaggio, con dialoghi più fedeli allo spirito dell’originale ed il cast di voci quasi completamente riconfermato.


Del film in sé è già stato detto molto negli anni. Forse non è il preferito dai numerosi estimatori del maestro nipponico, eppure racchiude in sé molti degli elementi più riconoscibili (e amati) del suo cinema: dei protagonisti giovani e dal cuore puro; dei cattivi non sempre malvagi; dei personaggi grotteschi; una rappresentazione della violenza e del pericolo quasi sempre avventurose e sopra le righe; una marcata vena steampunk; una trama edificante a sfondo ambientalista; mondi nuovi popolati da esseri fantastici di grande impatto visivo. Inoltre, come in diverse sue opere, Miyazaki, strizza l’occhio ai racconti fantastici della tradizione europea (qui l’origine non è un romanzo vero e proprio, sebbene il mito di Laputa sia mutuato da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift).


Ovviamente, come già si era imparato ad apprezzare nei suoi lavori più recenti (da noi paradossalmente giunti prima dei suoi vecchi capolavori), il ritmo delle pellicole miyazakiane è lontano anni luce da quello dei coevi film animati americani (siano essi Disney o no). L’amore per la lentezza, per le inquadrature panoramiche o semplicemente per i giusti tempi di narrazione accresce il lirismo dell’esperienza filmica e regala al pubblico un piccolo sogno ad occhi aperti, come tale difficilmente ripetibile ma dal ricordo di ineffabile e persistente bellezza.


Chissà se il passaggio in sala darà una tardiva ma ampia visibilità a Laputa. Per lo meno, la speranza è che almeno la successiva edizione home video rimanga nei negozi e nei cataloghi per molto tempo e non diventi anch’essa una leggendaria entità sospesa nel vuoto.



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