Il primo uomo - Recensione

Il buon Gianni Amelio torna a dirigere un’opera poetica e intensa, delicata e incisiva, che ricorda per la grazia narrativa e visiva il suo indimenticato Il ladro di bambini.

Anni ’50. Lo scrittore Jacques Cormery torna in Algeria, sua patria d'origine, in cui diventa doloroso testimone di un lacerante scontro di civiltà tra musulmani e francesi nati e cresciuti nella stessa terra. Davanti ai suoi occhi di critico militante e pacifista vede il proprio Paese dilaniato da una violenza dilagante che mina gravemente il sistema democratico in cui lui ha sempre creduto. Il viaggio gli dà la possibilità di aprire lo sguardo su una realtà di cui era solo lontanamente a conoscenza e di ricordare il passato in una terra che adesso gli appare straniera. Gli incontri con l’energica madre, con uno zio più smarrito che mai, con un ex compagno di scuola agli antipodi e con il maestro che aveva spinto la sua famiglia a portarlo via dalla fabbrica gli permetteranno di ripercorrere i ricordi dell’infanzia, quando, nei lontani anni Venti, si formava in lui l’uomo che poi è diventato.

Con Il primo uomo, adattamento del romanzo autobiografico e incompiuto di Albert Camus, il buon Gianni Amelio torna a dirigere un’opera poetica e intensa, delicata e incisiva, che ricorda per la grazia narrativa e visiva il suo indimenticato Il ladro di bambini. Con una semplicità straordinariamente elegante scolpisce nella polvere di un terreno pericoloso, come quello storico, culturale e politico algerino, un ritratto che rende giustizia al filosofo francese e che traccia la Storia a partire dalla sua storia personale e speculare (perché per sua ammissione non sono pochi i punti di contatto tra le biografie del regista e del protagonista). L'"umile" regista di Così ridevano non a caso si affida a Yves Cape per una fotografia evocativa che ricorda quella del talentuoso Luca Bigazzi e dosa con uno splendido perfezionismo le luci sui primi piani di anziani, adulti e bambini. Le inquadrature si soffermano con naturalezza sui volti di protagonisti che appaiono segnati dalle vicende familiari e storiche in età infantile come durante la maturità accomunando nella incantevole cifra stilistica gli straordinari primi uomini del film, il sorprendente Nino Jouglet e il bravo Jacques Gamblin.

S’incastra con la magica combinazione estetica della purezza essenziale un adagio narrativo capace di raccontare l’attualità scandagliando la memoria, recuperando con l’umanista grimaldello tipicamente ameliano l’importanza di un’analisi storica, individuale e collettiva, che connette e unifica il cinema e la realtà. Un cinema raro che risolleva questioni civili e temi impegnativi, anche quello di genere - consegnato a una lodevole Maya Sansa -, e sfiora genuinamente la sensibilità come una poesia crepuscolare.

Ultima modifica ilVenerdì, 20 Aprile 2012 15:44
Back to top