Diaz - Recensione

Grazie a un’attenta ricostruzione dei fatti, rielaborati alla luce degli atti processuali, Daniele Vicari congegna una struttura solida, essenziale e resistente a ogni forma di polemica: le storie dei (suoi) personaggi s’intrecciano e s’incastrano precisamente in un nodo comune e rovente, rappresentato dalla violenza subita, dall'orrore di un male ancora impunito. 


Non sono gli schieramenti politici o le ideologie che hanno spinto un autore come Daniele Vicari a realizzare Diaz. Il suo è un film civile lungi dall’allinearsi alla lunga lista di opere d’impegno datate. Gli eventi accaduti a Genova nel corso del G8 del 2001, in particolare gli episodi di una violenza inaudita e ancora impunita avvenuti nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, non dovrebbero necessitare di nuovi refresh alla memoria degli italiani e degli europei. Eppure a guardarlo d’un fiato il coraggioso atto d’accusa e di protesta di Vicari, si realizza che lo sguardo andrebbe aperto e sbarrato dalle immagini più devastanti e tremende possibile per assumere la consapevolezza di un male così ingombrante da essere intollerabile e così orribile da vergognarsene. Davanti a questa Storia un forte impatto emotivo era prevedibile dunque, ma al regista e agli sceneggiatori va il merito, tutt’altro che ovvio, di aver saputo raccontare con abilità narrativa e visiva una pagina della Storia nazionale che il rimosso aveva provato finora a mettere all’angolo.


Le pesanti ombre calate sulla democrazia (e sul corpo della polizia) sembrano perseguitare fin dai titoli lo spettatore del film, che si ritrova a diventare la voce di una coscienza collettiva messa di fronte a una feroce cognizione di causa e ad uscire dalle sale gridando giustizia alle istituzioni che si ostinano a nascondersi dietro la comodità di un becero silenzio. Grazie a un’attenta ricostruzione dei fatti, rielaborati alla luce degli atti processuali, Vicari congegna una struttura solida, essenziale e resistente a ogni forma di polemica: le storie di personaggi diversi, e reali, s’intrecciano e s’incastrano precisamente in un nodo comune e rovente, rappresentato dalla violenza subita. La critica militante della sua opera appassionata e appassionante non è mai involgarita da un obiettivo o da un effetto didascalico, trappola in cui il cinema di genere finisce spesso per cadere, perché l’estetica di un realismo asciutto e imponente parla in maniera sincera e intellettualmente onesta. I punti di vista soggettivi dei suoi protagonisti intensificano così l’impressionante ed emozionante vortice di pathos in cui ci getta questo raro e raffinato documento della realtà. Un ritratto quello di Vicari in grado di segnare un doloroso distacco dalla dimensione onirica della celluloide e nello stesso tempo, grazie a una versatilità stilistica cruciale e a una cifra poetica classica, di addentrarsi nell’impenetrabile.


E’ nello sguardo infatti che Diaz cerca d’infilare quelle domande che ognuno di noi si trascinerà dietro uscendo dalla sala: negli occhi bastonati di uomini e donne, ragazzi e anziani che riempiono primi piani strazianti sembrano lampeggiare uno dopo l’altro interrogativi che il cinema può solo indicare. E nella densità delle loro voci si annida, come una lancinante scheggia nel fianco di un uomo preso a calci, a pugni, a manganelli, la verità che finisce per essere tarpata - dietro una mano ancora tremante per l’abuso sofferto - sulle labbra ormai deformate da una cicatrice che non andrà mai più via.

Ultima modifica ilGiovedì, 12 Aprile 2012 23:26
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