Act of Valor - Recensione

A trionfare nei dialoghi del film è soprattutto la retorica, sia quella bellica sia quella dei sentimenti. La propaganda dell'impegno militare procede così di pari passo con quella dell'importanza dell'amicizia e della famiglia. 

Nell'immenso calderone ribollente del cinema contemporaneo si ha di solito a che fare con pellicole racchiuse in due poli ben distinti: da un lato le grandi -o grandissime- opere, cariche di un numero così elevato di materiali e suggestioni, dall'altro un'avvilente mediocrità di prodotti che scorre indifferenziata tra i blockbuster e le gaffe vere e proprie, di cui non si può far altro che stigmatizzare le -spesso- numerosissime pecche. Act of Valor di Mike McCoy e Scott Waugh, anche produttori del film, al contrario, si discosta sia dal fascino del primo gruppo di opere che dall'affettatezza irritante del secondo, caratterizzandosi attraverso una piattezza narrativa che genera noia e sbadigli.



Ispirato a un fatto realmente accaduto, il film racconta la storia di un gruppo di militari specializzati della marina americana (SEAL), continuamente sballottolati da un capo all'altro del mondo prima per recuperare un'agente della CIA, poi per sabotare i piani criminali di due esaltati intenzionati a far esplodere alcune cariche potenzialmente letali nei principali centri abitati degli Stati Uniti.



In questo apatico affresco romanzato la successione prevedibile di atti eroici, sparatorie e inseguimenti si alterna in modo quasi regolare a un tono più dimesso e malinconico. L'azione rumorosa fatta di razzi, fucili a pompa, sottomarini e aerei che mescola un'estetica alla Black Hawk Down con quella della celebre saga di Fast & Furious, lascia continuamente il passo a una serie di momenti più intimi, fatti di strette di mano, pacche sulle spalle, parole sussurrate, lacrime. Il vero problema però, più che in quest'alternanza di atmosfere narrative - abbastanza comune in un certo cinema "bellico" - sta nella traballante ed effimera (in)consistenza su cui entrambe si poggiano. Nel tentativo di fondere il racconto eroico con il piglio documentaristico e nell'ambizione di narrare una storia realmente accaduta infatti i due registi assoldano come attori molti veri membri della SEAL statunitense. Il film perde malgrado tutto un solido punto di ancoraggio e inevitabilmente affonda nell'oceano del cliché e dello stereotipo.



Al di là dei diversi dejavu dei principali momenti narrativi, la pellicola purtroppo poggia su una sceneggiatura debole: nella successione delle missioni che conducono i protagonisti prima in una giungla, poi in pieno oceano e infine al confine che separa Messico e Stati Uniti, i personaggi secondari svaniscono come neve al sole, rivelando la loro natura di meri ingranaggi narrativi chiamati in causa per far procedere una trama che traballa e fa fatica ad avanzare in modo limpido e spiegato. Gli stessi protagonisti possiedono uno spessore di poco superiore a quello delle figure di plastilina abbozzate dai bambini negli asili. A trionfare nei loro dialoghi è soprattutto la retorica, che sia quella bellica o quella dei sentimenti non importa. La propaganda dell'impegno militare procede di pari passo con quella dell'importanza dell'amicizia e della famiglia. I momenti narrativi si ripetono uguali l'uno all'altro senza scossoni e sorge in più di un'occasione l'ipotesi che ai due registi-produttori interessi più esibire le tecnologie di guerra di ultima generazione di cui il film è gonfio fino al midollo che realizzare una storia davvero accattivante.



Non è un caso allora che il retorico e sentimentalista Act of Valor finisca per mescolare una sfavillante fotografia con una macchina da presa mobilissima e scatenata, che mostra punti di vista inusuali, è soggetta a repentini e improvvisi cambi di fuoco, si alterna a riprese a raggi x, a soggettive con camera a spalla che seguono in modo esageratamente ravvicinato le azioni militari, contaminate dai respiri affannosi dei SEAL. L'esasperazione di un tecnicismo che ostenta quindi continuamente se stesso fa leva sul trionfo di quell'estetica da videogame che un discreto numero di film di genere da tempo utilizza per catturare l'attenzione di un pubblico giovane e senza troppe aspettative. La manifestazione più palese di quell'epocale vuoto di contenuti che troppo cinema americano pretende di indorare attraverso una messa in scena superficialmente all'avanguardia. Una missione fallita: zero adrenalina e troppi sbadigli.

Ultima modifica ilMercoledì, 04 Aprile 2012 10:31
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