- Scritto da Angela Cinicolo
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Biancaneve - Recensione
Più divertente che fiabesca, più moderna che tradizionale, più visionaria che consueta, la rilettura live action di Tarsem Singh è un family movie che mutua elementi dell'animazione di nuova generazione e vanta un cast artistico e tecnico straordinari.
Specchio specchio delle mie brame, qual è la favola più amata del reame? Non sembrano esserci troppi dubbi sull’emblematico quesito secondo il fenomeno dell’ultimo anno: l’"Hollywood Fair Affaire"! Biancaneve riempierà gli schermi in ben tre versioni differenti perché il vortice delle favole riviste e rivisitate dalla fabbrica dell’entertainment non perde tempo. Specie se il tempo poi è quello di un passato ancestrale fatto di principi e principesse, di buoni e di cattivi, di imprese eroiche e di (necessati) happy end. Il motivo del successo del trend? Bisognerebbe chiederlo alla sociologia, ma una cosa è certa: agli spettatori di questa e della prossima stagione non potrà sfuggire che a imperversare saranno le versioni moderne delle favole passate per l’animazione buonista targata Disney e sui palchi della sfavillante Broadway.
A rifare il calco alla Biancaneve dei fratelli Grimm, la cui versione ha fatto il successo della leggenda popolare, è il regista Tarsem Singh. Affidando a Julia Roberts l’emblematico ruolo della perfida regina Singh si assicura una delle migliori performance dell’anno: l’attrice incanta magistralmente nelle vesti barocche e megalomani della sua malvagia matrigna. Il sorriso da Monna Lisa non si perde nemmeno tra i ghigni sinistri anzi brilla davanti alle battute brillanti sulla vanità, sul potere e sull’amore. Di fronte a lei la giovane Lily Collins, straordinariamente somigliante alla prima e romantica Audrey Hepburn, sembra una collega alle prime armi. E di armi, nei panni di una Biancaneve deliziosamente anticonformista, ne imbraccia un bel po’ perché a farle da personal trainer sono ben sette componenti di una banda di ladri, nani alla rivalsa che all’occorrenza si travestono da trampolieri del male e rubano ai ricchi malcapitati nel bosco, come l’affascinante principe Alcott. “E questa è la mia storia, non la sua”, ci dice all’inizio la matrigna, il cui alter ego si nasconde sotto le rughe in uno specchio in un aldilà primordiale. Si fa fatica a crederle eppure non riescono a rubarle la scena neanche le gag più divertenti, come i siparietti dell’eccezionale Nathan Lane, che dà vita a uno degli inservienti più memorabili del cinema, i siparietti dell’atletico Armie Hammer, a dura prova con il suo principe tanto seducente quanto maldestro, o le performance dei briganti formato extrasmall.
La rilettura live action della fiaba di Singh mutua non pochi elementi dall’animazione, come la minacciosa bestia del bosco o la trasversalità della protagonista, più simile nella parte centrale a un Robin Hood in gonnella firmato Dreamworks che a una principessa della Disney. Il regista è a suo agio nella messa in scena dei momenti più fantasiosi del film, dalla battaglia navale umana, che ricorda il croquet della Regina di Carroll, al festoso ballo in maschera, dal piacevole flashback iniziale alla sequenza dei burattini della magia nera fino all'inaspettata ballata bollywoodiana che accompagna i titoli di coda. A una narrazione talvolta monotòna e pedagogica, messa strategicamente a punto dagli sceneggiatori Wallak e Keller per assecondare il target familiare, sopperiscono così le trovate visionarie di Singh, aiutato nel (riuscito) compito stilistico dalle scenografie kitsch di Tom Foden e dai magici costumi della scomparsa Eiko Ishioka, a cui Biancaneve è giustamente dedicato.