Un mosaico di quotidianità e di rapporti umani, all’interno del disincantato universo della Sezione Protezione Minori della polizia parigina, si compone e si frammenta nei retroscena di un torbido plastico sociale, di cui molto spesso dimentichiamo di far parte. Il tentativo onesto, delicato ed ironico di introdurci nella narrazione di vessazioni e soprusi, a danno di bambini e ragazzi, si evince nella complessa struttura corale di Polisse, il terzo film della poliedrica artista Maïwenn (premio della Giuria al Festival di Cannes 2011), che oltre a riflettere sul tema della violenza, della pedofilia e dell’umiliazione sessuale, invita ad interrogarci sulle difficoltà comunicative che oggi, più che mai, separano la generazione degli adulti da quella adolescenziale. Il film si costruisce in un linguaggio popolare e passionale, dall’ortografia visiva empatica e a tratti sporcata dalle imprecisioni che la realtà provoca nel suo relazionarsi con la materia di finzione narrativa, nel suo difficile contenimento, nel suo complesso processo di ri-codificazione artistica e cinematografica. Apprezzabile, in tal senso, la scelta del titolo, suggerito involontariamente, come rivela la regista, dal figlio: “con un errore grammaticale e una grafia infantile, mi è sembrato all’improvviso il titolo più giusto per questo film”.
Un’opera emozionante e commuovente, scevra da semplicistici lirismi di maniera e arricchita di realismo e verità, derivati da un’attenta indagine di ricerca – condotta dall’autrice e dagli attori, in collaborazione con la sceneggiatrice Emmanuelle Bercot (una delle interpreti del film, nel ruolo di Sue Ellen) – nell’ambito di documentari e di workshop destinati all’approfondimento degli aspetti che caratterizzano il lavoro della Sezione Protezione Minori. La sicurezza dell’universo infantile è messa in discussione dall’evidenza di una fragile e insana dipendenza rispetto alla società adulta, cresciuta forse troppo in fretta, incapace di educare, di svincolarsi dalle soluzioni precarie del generico vivere, di amare o di non “amare troppo”, superando i limiti naturali, richiesti ad un genitore. La pedofilia è uno dei temi portanti di questa storia, ne fa da colonna portante e da filtro di vicende e intrecci che minano il pudore, il concetto di identità e di protezione del mondo infantile, rispetto al quale l’occhio narrante risulta lucido, oggettivo, pronto ad impastarsi con la materia melmosa ed equivoca, ma estremamente attento a non sopraffare, a spiare col silenzio voyeuristico di una macchina fotografica che documenta la preziosità di azioni solidali e indispensabili. Gli occhi di Maïwenn fanno il loro pleonastico ingresso nel film, attraverso il personaggio di Melissa (interpretata non a caso dalla stessa regista), abile fotografa intrappolata entro i limiti soffocanti della cornice borghese del marito Francesco (bravo, ma superfluo Riccardo Scamarcio), che non le appartiene e che elude attraverso il rapporto immediato e carnale, instaurato con Fred (interpretato da Joey Starr), uno degli agenti di polizia. Un personaggio muto, solitario e poco invadente, metalinguisticamente idoneo al tentativo di concretizzare lo studio e l’indagine del lavoro di squadra, dell’azione protesa all’aiuto, al contrasto della violenza. Personaggio chiave per il fine ermeneutico dell’intera opera, eclettico e contrappuntistico, incastonato nelle tonalità calde di caratteri e volti che tracimano di passione popolare, di amore per il proprio lavoro, di rigore morale, ma anche di disastri coniugali, di fallimenti familiari e psicologici, oscurati da un estremo impegno professionale che annebbia completamente le certezze della vita individuale.
La struttura del film chiarisce le sue intenzioni solo alla fine, dopo aver gettato un dripping di stati emotivi, dopo aver rovesciato sulla tela narrativa una ritualità cromatica di personaggi dalle imprevedibili forme e dalle fisionomie caratteriali ambigue e difficilmente contenibili. I veri protagonisti del film sono gli adulti, i padri, i genitori, soggetti alieni affetti da mali eterogenei e incurabili: la pedofilia, la frustrazione, la depressione, l’anoressia, l’infelicità, l’insoddisfazione, elementi che forniscono a Polisse una struttura di forte ispirazione documentaristica, avulsa dalla facile tentazione del giudizio o delle improbabili e sofisticate giustificazioni psicanalitiche, ma finalizzata alla stratificazione di fatti realmente accaduti, all’interno dei quali i bambini risultano elementi quasi marginali e nascosti, soli e indifesi, vessati e mortificati d’amore corrotto e malato.
I personaggi principali di quest’opera sono ovviamente gli agenti della Sezione Protezione Minori, contenitori di storie e di umori assolutamente multiformi e incostanti, uomini e donne che trascinano, con timore e tremore nel proprio lavoro, le ansie di una vita che non corrisponderà mai alle loro aspettative, ai loro sogni di quando erano bambini, difesi e protetti, alle loro conquiste attuali che spesso si scontrano con l’irresponsabilità, l’immaturità, l’incapacità di proseguire, di costruire. Proprio il finale di questo film rappresenta la chiosa di un discorso sussurrato con fragilità ed attenzione, osservato attentamente dalla macchina fotografica di Melissa-Maïwenn e trasposto quasi nel disegno di un infante o in un’imprecisione del caso, del reale, una falla dell’intero sistema, un errore grammaticale ingenuo quanto “Polisse”: i bambini cancellano e proseguono, cercando di proseguire, di balzare verso obbiettivi futuri, di dimenticare; gli adulti rifiutano l’oblio saltandovi dentro, compiendo un’inevitabile balzo nel vuoto.




