Il rapporto delle madri con il frutto della propria deformazione fisica, o viceversa di una grazia ricevuta, detta opinioni rischiose, perché spesso già sentite o incapaci di un’analisi coraggiosa che indaghi le radici di malesseri nascosti. La pancia che cresce allo specchio e la volontà di non condividerne l’orrore della pelle gonfia, il silenzio che porta a ritirarsi e la rabbia repressa una volta che il figlio è nato non si annullano, ma restano pericolosamente a galla nella sostanza di un rapporto sempre più eroso da un oscuro non detto. Questa la versione di Lynne Ramsay, acclamata filmaker scozzese, che con una pellicola scritta, girata e prodotta tra gli altri anche da Steven Soderbergh, a partire dall’omonimo romanzo di Lionel Shriver, percorre la storia di una madre e della sua colpa attraverso un montaggio alternato tra tre possibili tempi principali: il passato di Eva, inteso come memoria ad occhi aperti dove immergersi anche fisicamente in fiumi rossi di sagre e feste popolari, e il suo apice d’evasione da un’idea qualsiasi di famiglia e vocazione sociale; un presente tormentato dall’isolamento e dal disprezzo della gente per un massacro orrendo e svelato solo alla fine; una periferia abitata un tempo con tutta la famiglia al completo, ma detestata per il suo distacco dalla città e per lo stillicidio di un rapporto madre-figlio senza soluzione.
Eva, con gli occhi assenti e congelati dal dolore della sempre superba Tilda Swinton, incanta quasi per l’alienazione controllata che la divora senza mai spingerla al vero scontro. La sua insistenza nel voler ipocritamente trovare un equilibrio dentro un rapporto insano con un figlio cui confessa nei primi anni di vita di voler essere altrove, magari in Francia, o che nello sfogo di una rabbia macinata a lungo scaraventa contro una parete rompendogli un braccio, è il soggetto principale della propria dannazione. Una lenta discesa all’inferno, quello stesso su cui si ironizza a un certo punto nell’unica scena esilarante che vede due tizi intenti a recare la buona novella porta a porta. Di fatto, si tratta di una condanna rovesciata in tre capitoli che Ramsay rimescola avidamente come farebbe un autore di thriller per minare la normalità apparente con l’eccesso e i dettagli della realtà, accanto a un certo gusto splatter per il rosso di sangue e vernici. E altrettanto morbosamente vengono rimarcate le vendette di Kevin (il bravo Ezra Miller), attraverso primissimi piani della sua bocca intenta a gustare frutti succosi dopo i peggiori atti barbarici.
Le parole scorrono come echi tra le musiche di Jonny Greenwood dei Radiohead, infiltrandosi per effetto di richiami ossessivi anche nel voluto contrasto del rapporto tra Eva e Franklin, quest’ultimo interpretato con la consueta misura e intelligenza da John C. Reilly. In lui convive l’istinto dei più semplici, ma anche dei più ciechi ai problemi. Quell’effetto di negazione adottata per non complicare le cose, ma che finisce per essere il boomerang di un orrore tra gli occhi insolenti di Kevin bambino e la sua sfida da adolescente protervo fino alla tragedia imminente, risultato di anni di allenamento nel giardino di casa con arco e frecce.
Le mani di Eva si ostinano allora a lavare la vernice rossa dai muri della casa in disarmo in cui ha trovato rifugio, cercano di imparare un nuovo lavoro al computer, trascinano via il carrello al supermercato quando gli incontri sono a rischio d’insulto e, infine, attendono il giorno delle visite in carcere a Kevin. Nonostante il rigetto e la vergogna, la carne vuota della presunta cattiva madre non smette di attendere il ritorno del figlio ed è alto quel momento che apre il film con il tormento di una finestra aperta e bianca, per poi chiudere con altra luce sgranata, quasi suggerendo una risalita allo spettatore stretto impietosamente in una morsa continua.




