Domenica, 05 Febbraio 2012 16:12

La verità nascosta - Recensione

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Un film angosciante che spiazza il pubblico svelando il meccanismo del proprio thriller prima del previsto. E che, nonostante tutto, tiene col fiato sospeso fino alla fine



Non sembra esserci più dubbio: la sensibilità ispanica pare attualmente la più adatta a portare sul grande schermo la massima tensione senza stordire il pubblico con colonne sonore ridondanti ed effetti speciali inverosimili. L’ultimo film di Almòdovar e il nuovo lavoro di Balaguerò (purtroppo ancora inedito qui da noi) sono stati solo gli esempi più recenti e di richiamo di questa tendenza.


Il regista Andi Baiz è in realtà di origine colombiana e non spagnola, ma il suo stile asciutto ed angosciante lo fa rientrare a pieno titolo nella fenomenologia appena descritta. Dopo l’esordio alla regia con Satanàs, candidato anche all’Oscar nel 2008 tra i film stranieri, l’autore si è cimentato con una coproduzione americana di grande portata. La verità nascosta è infatti realizzato in collaborazione con il colosso 20th Century Fox, sebbene per fortuna ciò non abbia influito troppo sull’ispanicità del progetto originale.


Spiegare la trama di questo film equivale ad inerpicarsi in uno slalom tra possibili spoiler (e in tal senso il titolo originale, La cara oculta, è a dir poco geniale). Questo dipende molto dalla struttura stessa della pellicola - o meglio, dalla scelta narrativa del suo autore -. Baiz ha deciso di mettere in scena un thriller claustrofobico intra moenia depistando il suo pubblico solo per la prima mezz’ora. In quel lasso di tempo, si gettano le basi per un giallo classico che gioca sul sospetto del tradimento e dell’omicidio e che sembra quasi suggerire una variazione sovrannaturale in stile “casa stregata”. Poi, ad un certo punto, comincia un lungo flashback destinato a durare quasi fino alla fine del film, che capovolge la prospettiva di quanto era stato visto fino a pochi minuti prima e dilata i tempi del racconto per rielaborare la vicenda da un altro insospettabile punto di vista.


Ora: se da un lato questa scelta si rivela interessante per la sua originalità e per l’effetto spiazzante, dall’altro ha la pecca - diremmo più che altro il rischio calcolato - di svelare quasi a metà film il meccanismo reale che soggiace alla storia. In tal modo la scoperta della verità (che di solito nei film di genere è continuamente procrastinata attraverso montaggi alternati, flashback avari ed indizi fuorvianti) diventa qui una sorta di secondo starting point per la fruizione del film, che procede - stavolta a carte scoperte - fino alla fine della vicenda puntando tutto su una costruzione della tensione lineare e senza trucchi.


Un’operazione decisamente vincente, che riesce a mantenere alti il livello di adrenalina e la curiosità dello spettatore fino all’ultimo. Nonostante tutto.



doppioschermo

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