Venerdì, 03 Febbraio 2012 14:43

Millennium - Uomini che odiano le donne - Recensione

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Con l'eccezionale interpretazione di Rooney Mara e Daniel Craig, diretti dall'Autore Fincher, il primo capitolo della trilogia del Millennium viene rigenerato da un'intensa vitalità cinematografica e promette di diventare un caso memorabile. 


Nera come la pece l’umanità perversa di David Fincher torna a riempire con la sua ombra oleosa il grande schermo con Millennium - Uomini che odiano le donne. Lo fa con uno stile espressivo intensamente potenziato stavolta da una maturità autoriale che non ha la minima esitazione, come rivelano gli azzardati e suggestivi titoli di testa, retaggio, e forse citazione autoreferenziale, degli esordi registici al servizio di videoclip essenzialmente underground. La storia di Lisbeth Salander, l’hacker punk nata dalla immaginifica penna di Stieg Larsson, rispettosamente riverito nel film, non ha bisogno di introduzioni. Ci avevano pensato il volto marmoreo di Noomi Rapace e l’iconoclastico look dark delle versioni originali a consegnarla alla memoria e all’immaginario collettivo che vuole nel contemporaneo mito della donna mascolina una vendicatrice spietata, una serial killer lontana anni luce dalla femme fatale, una personalità incisa profondamente dal trauma non solo infantile. Le deviazioni dal tradizionale repertorio femmineo si riflettono tanto in una corporalità negata, violentata ed esibita, come gli evidenti e simbolici tatuaggi, e in una sessualità bipolare mai involgarita quanto in un profilo psicologico frammentario eppure determinato. Per la prima volta nella filmografia di Fincher, se si esclude lo sfortunato caso di Panic Room, il protagonista non è più una figura maschile, tratteggiata da una cultura moderna e coerente dell’immagine e dei ruoli preconfezionati ma una donna, sempre inserita in una dinamica comparativa di coppia cara all’autore, capace di portare in scena soprusi e brutalità. La mascolinità che ne è responsabile è circoscritta, come indicavano Seven, Fight Club e The Social Network, nel vizio dell’ambiguità, di un’immoralità imprecisa che un realismo cupo ha sempre messo in scena negli angoli più tetri della metropoli, come negli spigoli più fondi dell’animo.


Se lo spazio, che quasi fagocita gli uomini, e le donne, delinea, secondo il più classico degli approcci cinematografici, un ambiente ostile che tenta di risucchiare prepotentemente i perdenti, la rappresentazione visiva, configurata più che in precedenza dai cromatismi fumosi e plumbei, intensifica magistralmente la cifra del male, dell’elemento perturbante che le magnetiche musiche di Trent Reznor e degli Atticus Ross e l’ipermontaggio del duo Wall-Baxter contribuiscono a rendere perfino più thrilling. Gli interni bui in cui Lisbeth, una Rooney Mara eccezionale, scommessa coraggiosa e vincente di Fincher, si aggira come una presenza demoniaca per combattere personalità disturbate e disturbanti, che sembrano prese in prestito al catalogo disumano lynchano, e in cui il junk food da cyberpunk si confonde quasi con la tastiera e le lampade fetish da camera, contrasta con le opalescenze che circondano Mikael Blomkvist. La detection in cui s’immerge e c’immerge abilmente il giornalista ha per sfondo distese innevate che effondono il gelo dell’universo familiare e animalesco dei Vanger. Il chiarore dello sguardo smarrito del bravo Daniel Bond Craig diventa un’estensione fisica del nevischio che lo circonda, energica metafora delle difficoltà che l’uomo ha nelle sue relazioni personali, con la figlia per esempio, e negli affari privati, con il caso che potrebbe mandarlo al lastrico. La fotografia di Jeff Cronenweth, che da sempre s’incastra magistralmente con l’esplosiva regia di Fincher, gestisce elegantemente una materia così complessa e biunivoca riuscendo a offrirci una soluzione estetica raffinata e affilata.


Nella loro complessa logica dell’amore e delle interazioni con l’altro Lisbeth e Michael sono le sintesi umanoidi di un’estetica dell’immagine che Fincher ha sempre perseguito nella sua opera cinematografica, cercando d’incastrare nella dualità perfettibile e più provocatoria possibile, quella sinestetica del doppio e degli opposti, la cupa metafora della feroce passione dell’uomo contemporaneo, che imprime anime e corpi.

doppioschermo

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