Venerdì, 27 Gennaio 2012 17:31

The Woman in Black - Recensione

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Harry Potter e la Signora in Nero: l'ultima prova di Radcliffe non lo affranca del tutto dai panni del maghetto. Colpa dell'ambientazione spiritica e di una recitazione trattenuta

Il giorno in cui riusciranno a fare un horror da casa stregata senza carillon inquietanti, pupazzi orribili e bambini morti, i Maya verranno davvero a riscuotere il loro profetico debito con l’umanità. Ma a parte rare e sperimentali eccezioni (come il non più freschissimo Paranormal Activity) sembra che non si possa proprio sfuggire a questi clichè. Tantomeno quando, come spesso accade, l’ambientazione vittoriana - o in dimore di epoca vittoriana - continua ad imporre la sua suggestiva predominanza sulla rappresentazione filmica.

Il regista James Watkins si era imposto all’attenzione del pubblico con il suo film d’esordio, Eden Lake. Prima ancora si era dedicato anche alla sceneggiatura: tra i suoi script spicca quello di My little eye. La sua formazione lo ha improntato ad uno stile narrativo molto vicino a quello stesso genere j-horror alla Ringu e Ju-On (entrambi rifatti dagli americani e dotati di inopportuni sequel) di cui è permeata in toto la sceneggiatura di The woman in black, ricavata a sua volta dal romanzo di Susan Hill.


Il ruolo del protagonista è stato affidato a Daniel Radcliffe il quale, dalla saga di Harry Potter che ha monopolizzato tutta la sua carriera finora (e che, nell’ultimo film, lo vedeva armeggiare bacchette nei panni di un mago appena diciassettenne), ora passa ad interpretare direttamente un padre di famiglia rimasto vedovo e con figlio a carico. Non che si possa dire molto sulla sua performance in questa sua nuova prova, dato che il film procede molto lentamente e riduce i dialoghi all’osso, come fosse un thriller orientale.

Durante la fortunata saga del maghetto, più volte era stato fatto notare dalla critica come Radcliffe fosse in fondo, nonostante il suo peso da protagonista, il meno disinvolto tra gli attori della ottalogia potteriana. Qui, in qualche modo, le due doti recitative vengono messe alla luce – o meglio, in penombra – per lo più dalla sola mimica espressiva, nonchè dai dettagli dei movimenti e delle esplorazioni che lo conducono gradualmente a scoprire la verità sui fatti oscuri del villaggio in cui il suo personaggio si trova. Troppo poco, in fondo, per permettere all’attore di far dimenticare ai suoi fan i panni ingombranti appena dismessi, e non abbastanza nemmeno per ampliarne l’esperienza attoriale al di là del genere fantastico.


The Woman in Black è probabilmente un film dignitoso nel suo genere, proprio grazie al suo stile sobrio e pacato, ma forse il racconto gotico ed il j-horror insieme non sono una miscela così salutare per il ritmo e la tensione di un film sul grande schermo. Da questo punto di vista, persino gli ultimi due capitoli di Harry Potter facevano molta, molta più paura.


doppioschermo

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