Venerdì, 13 Gennaio 2012 15:07

Non avere paura del buio - Recensione

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Remake poco convincente di un cult degli anni 70, l'horror presentato da Guillermo Del Toro ricicla molti stereotipi del filone "case stregate". Si salva solo il finale



Viene da chiedersi se il genere horror si disamorerà mai dell’idea, ormai abusata, della casa stregata per declinare tutte le sue molteplici suggestioni. Ma dalla visione di Non avere paura del buio arriva un’ennesima conferma in negativo.


La trama del film è presto riassunta. Una famiglia composta da bimba, padre separato e nuova compagna di lui si trova a vivere in una nuova casa maestosa e di grande valore storico. Durante i lavori di ristrutturazione viene alla luce uno scantinato segreto, che ovviamente nasconde dei segreti oscuri. Inavvertitamente vengono liberate delle creature malefiche e cruente, disposte a qualunque nefandezza pur di riuscire a collezionare denti di bambini. Come da copione, i malvagi folletti sembrano inizialmente manifestarsi solo alla piccola protagonista e cercano di ingraziarsi la sua fiducia. Ben presto però la situazione sfuggirà loro di mano e il mistero legato alla loro natura assumerà contorni sempre più macabri.


Remake del ben più spaventoso tv movie di John Newland dal titolo Don’t be afraid of the dark (1973), questa operazione di Troy Nixey – presentata nientemeno che da Guillermo Del Toro – non ha davvero quasi nulla di spaventoso. Sarà che i meccanismi su cui si basano le storie di fantasmi e spettri casalinghi sono ormai così riconoscibili da rendere il problema quasi endemico al genere piuttosto che contestuale al film. Eppure non si può nascondere che Non avere paura del buio sia strutturalmente più debole di altri lavori simili. L’idea di una casa lussuosa da rimettere in sesto e di una ragazzina problematica che odia gli adulti - in questo caso due genitori distratti ed una perfetta estranea che spera di esserle amica - ricorda moltissimo il recentissimo telefilm American Horror Story di Ryan Murphy (Nip/Tuck e Glee) che, pur vincolato al meccanismo episodico seriale, sembra aver costruito fin da subito una storia ed uno stile assai più avvincenti.


Apprezzabile la scelta della giovane Bailee Madison per il ruolo di Sally: ogni tanto, vedere per protagonista una bambina bruttina e grassoccia e non una bellezza angelica alla Dakota/Elle Fanning regala al pubblico un contentino di sano realismo che non guasta affatto. Nulla da eccepire sull’interpretazione dell’ex Joey Potter, alias Katie Holmes, abbastanza credibile nei panni della matrigna buona e coraggiosa.


Forse il finale del film riesce a far recuperare qualche punto in chiusura, sebbene di certo non contribuisca a salvare del tutto il ricordo di una visione a conti fatti priva di sorprese e non troppo originale.



doppioschermo

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