Mercoledì, 04 Gennaio 2012 16:05

J. Edgar - Recensione

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L’ultima fatica da regista del grande Clint Eastwood su una delle figure più significative del Novecento americano, con un Di Caprio a caccia dell'Oscar



J. Edgar è una pellicola difficile da affrontare, sia in modo analitico come critico cinematografico, sia in modo spassionato come semplice spettatore. Bistrattato o addirittura disprezzato in patria da critica e pubblico, l’ultima fatica da regista del grande Clint Eastwood, se si da uno sguardo solo al “magic team” che è stato coinvolto nella realizzazione, dovrebbe risultare un capolavoro a prescindere. Se Eastwood, quando c’è da raccontare di vicende umane immerse nella grande Storia ha creato le sue opere più interessanti (Changeling, Lettere da Iwo Jima ), lo sceneggiatore Dustin Lance Black, autore dello script di Milk, ha dimostrato di riuscire a trattare le vicende biografiche con intelligenza e ad attenzione, fugando l’agiografia o la filippica partigiana. Si aggiunga che nel ruolo principale, una di quelle parti che valgono da sole una carriera, recita Leonardo Di Caprio, l’ex divo da rotocalco asceso, con sudore e dedizione, allo status di attore completo, si può ben capire quanto fosse ambizioso questo progetto. Eppure, durante la visione, la sensazione che si provi è che qualcosa non sua funzionato pienamente.


Per tutta la sua (forse eccessiva) durata l’aria che si respira è quella dell’occasione mancata, come se il peso delle aspettative abbia schiacciato la bravura di questi tre fuoriclasse. J. Edgar infatti non ha mancanze plateali (eccetto il pessimo trucco, specie per il personaggio di Clyde Tolson) piuttosto tante piccole dimenticanze, passi falsi che intaccano il cammino della pellicola. Tecnicamente non c’è nulla da eccepire. L’America pre-seconda guerra mondiale è resa alla perfezione, con un livello scenografico e di costumi da eccellenza, mentre la fotografia regala un effetto retrò che ben si sposa con la storia che viene raccontata. Inoltre, da non sottovalutare, va segnalata la splendida colonna sonora composta dallo stesso regista, per ricordarci che esiste anche un Eastwood musicista, dotato di intelligenza e sensibilità.  Il problema principale invece è il tono con cui si cerca di affrontare le vicende private del protagonista, quel J. Edgar Hoover, direttore dell’Fbi, che nel bene e nel male è stato una delle figure più significative del Novecento americano.


La coppia Eastwood-Black non guarda né all’Andreotti grottesco di Sorrentino né al mostruoso Nixon di Oliver Stone ma punta a parlare della vita di Hoover alternando privato e pubblico, e quindi, di riflesso, due punti di vista distanti. Nella pellicola infatti è come se ci fossero due personaggi diversi, interpretati entrambi da Di Caprio, protagonisti di due storie distinte. Da un lato c’è l’Hoover pubblico, l’uomo affamato di potere, spregiudicato, arrogante, tanto furioso nell’attaccare i suoi nemici, abusando spesso del suo potere, quanto intelligente e geniale nel voler rivoluzionare i metodi investigativi per debellare il crimine ( e qui vengono citate, con originalità, le sue lotti contro il racket e il celebre caso del rapimento del piccolo Lindbergh). Dall’altro lato, invece, c’è l’Hoover privato, il ragazzo che quando si innervosisce balbetta fino all’isteria, l’uomo che continua, sempre e comunque, a venerare una madre ingombrante e dispotica(una sempre immensa Judy Dench) e si costringe a reprimere la sua natura sessuale e il grande amore della sua vita. Queste due parti procedono per tutto il film colpevolmente come due parallele, non arrivando mai a toccarsi o ad intrecciarsi, e,  pur annoverando molte luci, sono altrettanto colpite da qualche notevole ombra. Nel raccontare il lato pubblico, per scelta narrativa, non viene calcata la mano sul Hoover alla Ellroy ovvero il “guardone”ossessionato da registrazioni illegali e dal suo archivio di segreti, non è storicamente possibile trattare con cosi tanta sciatteria rapporti importanti come quelli che il direttore dell’Fbi ha avuto con Bob Kennedy e Martin Luther King e non prendere una posizione di fronte ai comportamenti oggettivamente fascisti che questo ha avuto in diverse occasioni della sua carriera. D’altro canto in quello privato, oltre a lasciare sullo sfondo il personaggio dell’ottima Naomi Watts, la storia d’amore di J. Edgar, pur mostrando dei momenti toccanti, ma mai davvero commoventi, sfocia spesso in situazioni sconclusionate o stonate, come un eccessivo scontro in albergo.


Per quanto riguarda, poi, l’interpretazione di Di Caprio, nonostante regali alcuni dei momenti migliori della sua carriera, specie nei duetti con Judy Dench, e aderisca alla perfezione con un personaggio diametralmente diverso da lui, mentre recita, con le urla, i pianti e le scene madri, da purtroppo sempre l’impressione che il primo dei suoi pensieri sia quell’Oscar che per due volte gli è stato sottratto e, molto probabilmente, mancherà anche quest’anno. J. Edgar dunque non è il capolavoro che molti si aspettavano ma sarebbe ingiusto stroncarlo (come invece ha fatto la quasi totalità dei critici americani) ed evitarlo.



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