Mercoledì, 04 Gennaio 2012 15:59

Il principe del deserto - Recensione

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Una pellicola ambientata nell’Arabia dei primi del Novecento che sfrutta il fascino di alcune star internazionali come Antonio Banderas e Freida Pinto



Sono passati dieci anni da quando Jean Jacques Annaud, regista francese dalla grande esperienza internazionale e autore famoso in Italia per la trasposizione cinematografica de Il nome della rosa, diresse Il nemico alle porte. Il film era un prodotto inconsueto che, sfruttando il fascino di alcune star internazionali come Jude Law, Ed Harris e Rachel Weisz, metteva in scena una storia profondamente non anglosassone (in quel caso, l’assedio nazista della città di Pietroburgo) cercando di portare al cinema, in una confezione da kolossal, degli eroi con un punto di vista inedito (addirittura dei soldati comunisti). Questo interessante presupposto è alla base anche de Il principe del deserto (Black Gold, in originale) nuovo lavoro del regista. Questa volta la vicenda è ancora più distante da noi, essendo la pellicola ambientata nell’Arabia dei primi del Novecento, dove il giovane principe Auda (Tahar Rahim) deve destreggiarsi con la guerra tra le due anime del mondo mediorientale, impersonate da suo padre il sultano Amar (Mark Strong) e il subdolo re Nesib (Antonio Banderas), e l’amore per la bellissima principessa Leyla (Freida Pinto).


Il film è pieno di spunti e si presta facilmente a molteplici analisi. Annaud, infatti, prendendo come scusa una vicenda antica vuole parlare chiaramente del presente. E se si sprecano i parallelismi tra la rivolta raccontata nella pellicola e le rivoluzioni che sono sorte quest’anno nel Maghreb e nel Medio Oriente, è molto interessante vedere lo sforzo con cui il regista rappresenta gli estremi della cultura araba attuale, simboleggiati dal Corano e dal petrolio. Inoltre Il principe del deserto fa l’encomiabile tentativo, per una volta, di raccontare una storia con il punto di vista di chi di solito, nelle pellicole occidentali, è rappresentato come fanatico religioso o terrorista.


Purtroppo tutte le buone intenzioni sono vanificate da una resa scenica non all’altezza e dalla mancanza di una sensibilità adatta ad affrontare questi temi. Non si può,infatti, accusare Annaud (anche sceneggiatore) di non essere David Lean (anche se molti hanno cercato di vendere questo prodotto come il nuovo Lawrence d’Arabia) ma è sconfortate vedere, nel 2012, un regista che, nel dirigere una pellicola epica, non solo non ha alcuna idea creativa, ma rende tutto profondamente noioso, privo di un coinvolgimento empatico con i protagonisti e, alcune volte, involontariamente ridicolo (soprattutto nella scena della morte apparente e nei dialoghi tra i giovani innamorati). In più basta guardare il cast  per capire che magari si poteva lavorare con un altro spirito. Se non c’è niente da dire sulla scelta del protagonista, un bravo Tahir Rahim che continua a farsi vedere dopo la performance mostruosa di Il profeta,  seri dubbi sorgono guardando i suoi co-protagonisti. E’assurdo non aver coinvolto attori, se non di nazionalità, almeno di origini arabi o maghrebine per le parti principali, a scapito di interpreti come Freida Pinto (indiana di origini portoghesi), Mark Strong (inglese con origini austro-italiane) e Antonio Banderas (spagnolo), tutti, chi più o chi meno, svogliati o fuori parte nei ruoli di sceicchi e principesse.


In definitiva Il principe del deserto si può considerare un film nato sotto ottime intenzioni ma che, rivelando l’ennesima occasione mancata, faticherà non poco a trovare un pubblico una volta uscito in sala.



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