Giovedì, 15 Dicembre 2011 10:31

Insidious - Recensione

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Dagli autori di Saw e Paranormal Activity, un thriller soprannaturale che sceglie di mostrare l'orrore invece di suggerirlo. Inspiegabili e fuori luogo gli acchiappafantasmi nerd



A volte il traino promozionale che lega un nuovo film agli autori di precedenti successi di botteghino si rivela un’operazione suicida. Proiettare sul pubblico aspettative basate sul confronto è pratica assai rischiosa perchè a volte può essere vincente ma altre – ragionevolmente – ha l’effetto di indispettire, a fine visione, gli spettatori più esigenti. Ed è un po’ quello che è successo anche con Insidious di James Wan (regista del primo Saw – L’enigmista), basato su una sceneggiatura di Leigh Whannell (sceneggiatore dei primi due capitoli della saga di John Kramer e produttore di quasi tutti i film a lui dedicati). L’horror è stato infatti lanciato con lo slogan “Dagli autori di Paranormal Activity e Saw”, ma in realtà della truculenta epopea dell’Enigmista non ha nulla. Forse con il film di Oren Peli esiste una maggiore condivisione semantica - considerato il tema spiritico e soprannaturale - ma la regia di Wan non cerca di conferire alcun effetto mockumentaristico alle “attività paranormali” del suo Insidious.


La storia è quella di una giovane coppia con bambino, appena trasferitisi in una nuova casa e subito alle prese con inquietanti visioni e fenomeni soprannaturali. Quando il piccolo entra in un coma apparentemente inspiegabile, i due genitori cercheranno di comprendere l’entità dei problemi che li perseguitano attraverso l’aiuto di una improbabile equipe di medium, che li guideranno alla scoperta di un arcano e – per l’appunto - insidioso piano astrale ricco di spiriti malvagi.


Il film, in realtà, dopo un inizio teso ed inquietante, prende una piega che forse lo rende – paradossalmente - meno spaventoso di quanto vorrebbe. Innanzitutto, non si comprende la scelta di caratterizzare i due giovani acchiappafantasmi come due nerd un po’ imbranati e dall’ironia decisamente fuori luogo. In seconda battuta, l’idea di rendere visibile e permeabile il famigerato piano astrale, se da un lato permette una qualche forma (per la verità fiacca e deludente)  di sperimentazione visiva, dall’altra rende il racconto meno affascinante proprio in virtù della sua rappresentazione filmica. A risollevare le sorti del film, un finale non propriamente consolatorio, che regala un piccolo brivido anche oltre i titoli di coda.



doppioschermo

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