388 Arletta Avenue - Recensione

Un thriller ad altissima tensione che schiva l’etichetta del mockumentary e terrorizza con riprese a telecamera fissa senza forzature narrative. Senza dubbio tra i migliori film del TFF 2011



La grande pecca dei recenti fintomentari horror è stata – e minaccia di essere anche in futuro – la forzatura filmica secondo cui i presunti documenti visivi che li compongono, sempre rigorosamente in presa diretta e con telecamere tremolanti, coprono (guarda caso) tutti i momenti narrativamente salienti senza che a nessuno debba sembrare strano. Di recente Paranormal Activity aveva in parte ovviato a questo problema con una interessante miscela tra riprese amatoriali e filmati di telecamere fisse installate – secondo la storia – per motivi di controllo e documentazione. Nonostante ciò, pur volendo accettare la componente extrasensoriale del film di Oren Peli, il risultato complessivo risultava comunque posticcio. Finalmente però, sembra che qualcuno abbia trovato la chiave giusta per rendere al massimo la tensione e schivare l’etichetta (ormai stretta) del mockumentary. Si tratta di Randall Cole, giovane canadese che ha firmato la regia di uno dei prodotti più interessanti visti al Torino Film Festival 2011.


388 Arletta Avenue racconta una storia semplice quanto inquietante: un uomo, in rotta con la propria convivente, comincia a subire atti di persecuzione casalinga da un misterioso stalker che ha installato a insaputa della coppia una serie di telecamere sia nell’appartamento che nell’automobile della vittima. Tutto ciò che lo spettatore vede è filtrato dall’occhio esteso del maniaco, sia attraverso le sue camere nascoste che tramite la videocamera a mano con cui egli inquadra il protagonista quando quest’ultimo è fuori dal raggio visivo del suo costante monitoraggio.


Nessun elemento paranormale o sovrannaturale, quindi. Tutto ciò che alimenta l’angoscia, in questo riuscitissimo esperimento, è la crescente paranoia del giovane malcapitato, unita all’idea – già di per sé disturbante – di un uomo dall’identità e dalle ragioni ignote che entra tranquillamente in casa di una persona qualunque mettendo in atto piccoli e grandi atti di sabotaggio (radiosveglie ad orari improbabili, accensioni di stereo e computer, sostituzioni e decapitazioni feline, eccetera).


Fa molto piacere ritrovare in una prova così interessante il buon Nick Stahl, già protagonista dell’eccellente serial HBO Carnivàle, che sostiene praticamente da solo il peso di tutto il film. In realtà, in qualche modo, la soluzione finale di questo thriller psicologico ad altissima tensione è contenuta nel suo stesso titolo. Sebbene la riflessione conclusiva sulla follia umana in esso contenuta, lungi dall’essere razionalizzabile, racchiuda in sé il nucleo più raccapricciante dell'intera pellicola.



Ultima modifica ilMercoledì, 07 Dicembre 2011 16:56
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