Lunedì, 05 Dicembre 2011 15:29

The Oregonian - Recensione

Scritto da 

Un tributo non ufficiale alla geniale visionarietà del David Lynch dei corti e di Twin Peaks. Destrutturato, inquietante ed indecifrabile, il film più allucinato del 2011



L’opera più criptica e ostica del Torino Film Festival 2011 (nonché dell’intero anno che sta volgendo al termine) è senza ombra di dubbio The Oregonian, di Calvin Lee Reeder. Parafrasando il pensiero dell'autore, l’intero lungometraggio è in realtà un rocambolesco tentativo semiotico di riprodurre su pellicola una suggestione onirica. “Non ho da proporre una grande teoria al riguardo e non credo neanche che i sogni posseggano un significato recondito”, ha ammesso senza virtuosismi il regista, “ma per me c’è qualcosa di sacro nel processo attraverso cui l’inconscio elabora una storia così folle e astratta da non poter neanche essere espressa verbalmente in modo coerente”.


In realtà l’unico vero suggerimento interpretativo viene somministrato con invadenza acustica sia nei primi minuti del film che nell’ultimissima sequenza attraverso i beep distorti ed amplificati tipici di un macchinario ospedaliero (che, nella cornice dell’incidente, inducono alla chiave allucinatoria dell’incoscienza). Hoc dicto, la storia di questa ragazza scampata ad una tragedia stradale che vaga in un surreale e inquietante scenario alla ricerca di aiuto e soccorso è in realtà un’esperienza visivamente indecifrabile.


Sarebbe azzardato individuare un percorso citazionista autoriale ampio e variegato all’interno di tutta la tradizione cinematografica sperimentale. In realtà, il riferimento unico e molteplice di Reeder è senza ombra di dubbio il geniale David Lynch. Ma più che il suo cinema introspettivo e psicologico, il giovane cineasta di Portland attinge dal maestro immagini ed evocazioni dei suoi primi corti e del suo capolavoro televisivo Twin Peaks. I personaggi di The Oregonian rimangono immobili, ringhiano, sghignazzano, urlano, si sovrappongono e fluttuano come spiriti immateriali e decontestualizzati di un’enorme Loggia Nera (la ricorrente vecchia dai lunghi capelli bianchi è quasi una versione femminile ed invecchiata del malvagio Bob). Alcuni addirittura si travestono con costumi pelosi ed integrali, come nell’alienante e pseudoteatrale Rabbits. Il montaggio, l’uso di suoni distorti e di versi animaleschi, il gusto per le visioni sporche e colanti di sangue e/o materiale organico ricorda moltissimo le atmosfere di The grandmother e The alphabet, con una spruzzata country da The Cowboy and the Frenchman. Per non parlare del contesto boschivo con frasi arcane legate agli alberi e all’oscurità (varianti del tormentone televisivo “I gufi non sono quello che sembrano”) o della colonna sonora con chitarre e campionature spettrali alla Angelo Badalamenti.


Più che un’opera ispirata al suo cinema, The Oregonian è quasi un tributo non dichiarato alla filmografia di Lynch, capace di reinterpretarne la visionarietà degli esordi e di disturbare il pubblico con simbolismi angoscianti e una narrazione – per usare un eufemismo – a dir poco destrutturata.



doppioschermo

Questo sito web non rappresenta una testata giornalistica perchè viene aggiornato senza alcuna periodicità fissa. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Tutti le immagini usate in questo sito sono copyright dei rispettivi proprietari e concesse gratuitamente.