Lunedì, 05 Dicembre 2011 12:43

George Harrison: Living in the Material World - Recensione

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Monumentale operazione che riscopre il membro più schivo e poliedrico del quartetto di Liverpool. Interessante e godibile anche per chi non è fan dei Beatles o dei documentari musicali



Dall’impegno documentaristico di Martin Scorsese appare evidente come la sua principale passione (eguagliata forse solo da quella per l'Italia) sia in realtà la musica. L'ultimo valzer, No Direction Home: Bob Dylan, Shine a Light, e adesso la sua ultima fatica, presentata nella suggestiva cornice del Torino Film Festival 2011. Stavolta il regista italoamericano si occupa di un mito insuperato della scena musicale di tutti i tempi: l Beatles. Tuttavia il maestro evita una “semplice” biografia generale del gruppo inglese e si concentra su uno dei suoi membri in particolare. E spiazza un po’ sia i fan che il pubblico generalista scegliendo di dedicarsi non all’amatissimo e carismatico John Lennon nè ai viventi Paul McCartney e Ringo Starr bensì al compianto George Harrison, probabilmente il beatle più schivo e meno conosciuto dai più.


Il lavoro operato da Scorsese è monumentale. George Harrison: Living in the Material World è in realtà composto da due episodi, ma il totale sfiora le 3 ore e mezza di durata. Per assemblare l’operazione sono stati passati al setaccio fiumi di immagini e video di repertorio, frammenti di concerti, interviste raccolte negli anni nonchè contributi più e meno recenti di amici, parenti, produttori e - ovviamente – dei due Beatles rimasti ancora in vita, Paul e Ringo. Nel primo capitolo si affronta la parabola del quartetto di Liverpool attraverso gli anni della formazione, passando per la fase del successo mondiale e arrivando lentamente agli anni delle tensioni e della separazione finale, con un occhio puntato al ruolo di George Harrison nell'economia del gruppo. Nel secondo, lo sguardo si focalizza sulla carriera di Harrison da solita, sulla sua eccentrica personalità e sulla sua vita privata: la virata misticheggiante e spiritualista, il sodalizio artistico con il sitarista indiano Ravi Shankar, l'amicizia e la collaborazione produttiva con i mitici Monty Python, l'impegno benefico a favore del Bangladesh, le scelte musicali della maturità - che lo portarono in territori molto lontani dagli esordi beatlesiani e spesso ostili alla sensibilità dei fan di vecchia data -.


Pregio indiscusso del documentario è quello di riuscire a coinvolgere e non annoiare anche chi non è stato mai né un particolare fan dei Beatles né un gran consumatore di documentari musicali. Per di più, da ciò che si racconta di George Harrison, si riscopre una personalità assai complessa ed interessante, capace quasi di mettere in secondo piano - da un punto di vista sia umano che artistico – persino quella del martire e guru John Lennon, considerato da sempre nella coscienza collettiva come il vero, eclettico outsider orientalista e new age del gruppo.



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