Sabato, 03 Dicembre 2011 13:36

Twixt - Recensione

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Delude l'ultima sperimentale fatica del grande Francis Ford Coppola. Verrà ricordata soprattutto per il suo curioso 3D razionato ed interattivo



Verrebbe da pensare che sia in fondo l’ennesima operazione della recente moda vampiresca. O che addirittura riecheggi, nella parziale identità del suo titolo, la quotatissima saga di Twilight solo per una studiata operazione di marketing. Il che sarebbe anche plausibile, se non fosse che a dirigerlo è stato nientepopodimeno che Francis Ford Coppola, autore di quel Dracula di Bram Stoker alla base di qualunque successiva operazione gotica nel cinema degli ultimi vent’anni.


Inserito a sorpresa nell’arco finale del Torino Film Festival 2011, Twixt arriva così ad impreziosire la kermesse piemontese e segna il ritorno sul grande schermo del maestro dopo Segreti di famiglia del 2009. Alla base di quello che si può definire un progetto sperimentale – sarebbe stato infatti strutturato in itinere, tenendo conto delle reazioni del pubblico in una serie di proiezioni speciali che ne hanno deciso il montaggio volta per volta – c’è un racconto breve di Nathaniel Hawthorne. La storia è quella di Hall Baltimore, scrittore di romanzi sulle streghe che, finito in una sperduta cittadina della California, inizia un surreale viaggio creativo tra sogni dark, antichi fatti di sangue legate alla comunità locale e ricordi angoscianti del suo passato.

 

Dispiace dirlo, soprattutto trattandosi del regista di Apocalypse Now, ma Twixt è tutt’altro che memorabile. Per quanto interessante dal punto di vista estetico – bellissima la fotografia e meravigliose le tinte cupe delle scene oniriche -, il film non suscita né inquietudine né tensione, risolvendosi alla fin fine in un sofisticato ma poco ambizioso divertissement pseudo-horror. Lo dimostra la sua durata disneyana (meno di un’ora e mezza), che non permette - perchè in realtà non cerca - un adeguato sviluppo dei personaggi. Assai apprezzabile la scelta di recuperare, per il ruolo del protagonista, il buon Val Kilmer. Al contrario, la presenza della sfruttatissima superstar Elle Fanning rischia già quello stesso effetto saturazione che all’epoca aveva colpito, in tempi alquanto brevi, pure l’odiosissima sorella Dakota.


Inutile girarci attorno: la reale novità introdotta da Twixt – nonché il vero ed unico motivo per cui, forse, la pellicola verrà ricordata – è l’uso di un’inedita forma di 3D “interattivo”. Le sequenze stereoscopiche infatti sono solo due, pertanto lo spettatore non è costretto ad indossare i fastidiosi occhialini dall’inizio alla fine ma viene opportunamente avvisato da un segnale (una veloce animazione) sia quando deve metterli che quando può infine toglierli. Da una parte, si potrebbe affermare, una geniale razionalizzazione degli spettacoli tridimensionali, resi in tal modo meno faticosi e invasivi. Dall’altra, invece, viene il sospetto che si tratti dell’ennesima furbata per convincere ancora il pubblico che “un altro 3D è possibile”. Magari mantenendone però, a beneficio delle major, il prezzo invariabilmente stellare.



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