Venerdì, 02 Dicembre 2011 12:33

50/50 - Recensione

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Un ragazzo affronta il cancro con l’aiuto di un amico donnaiolo e una giovane e sensibile terapista. Dramedy riuscito ed efficace che pecca però di un finale risolutivo.

Negli ultimi mesi sembra che affrontare storie di malattie gravi diagnosticate a ragazzi molto giovani sia diventata una macabra moda al cinema: L’amore che resta di Gus Van Sant, Il mio angolo di paradiso di Nicole Kassell, il recentissimo Heart’s boomerang del sovietico Nikolay Khomeriki (anch’esso al TFF 2011). E adesso anche l’ultimo lavoro di Jonathan Levine, 50/50.


La vittima del brutto male questa volta è il ventisettenne Adam (Joseph Gordon-Levitt), che scopre di avere un tumore molto raro ed esteso lungo la colonna vertebrale. La sua vita perfetta subisce improvvisamente un crollo su vari fronti e il giovane inizia così una lenta presa di coscienza attraverso tutti i proverbiali stadi del dolore. Al proprio fianco il suo migliore amico Kyle (un divertentissimo e come sempre spinto Seth Rogen), l’unico capace di distrarlo e farlo divertire davvero. Ma presto incontrerà anche una ragazza, la sua impacciata terapista, che instaurerà con lui una sincera amicizia e lo porterà anche a migliorare il suo modo di rapportarsi alla malattia ed alle persone che lo circondano.


Il film affronta il cancro senza rinunciare né agli aspetti più divertenti della commedia né alle sfumature drammatiche che la trattazione di cotanto tema implica. Anche in questo caso, come in altre pellicole analoghe, non manca l’elemento del conflitto familiare, il quale prevede che un dialogo difficile – se non assente - con un genitore si riapra forzatamente in seguito alle profonde epifanie che la prospettiva della mortalità genera.


Nonostante i rischi in agguato, Levine (già autore dell’apprezzato Fa’ la cosa sbagliata, premio del pubblico al Sundance del 2008) riesce a girare un dramedy riuscito e coinvolgente. A voler muovere una critica precisa, basterebbe soffermarsi un attimo sull’efficacia del titolo. Fifty fifty, come il 50% di possibilità di sopravvivere al neurofibroma sarcoma schwannoma che affligge il povero Adam. Il finale del film decide di dare una risposta all’iniziale quesito su quale sarà l’esito di questa lotta contro la morte. Ma quanto più efficace e poetico sarebbe stato se tutto si fosse fermato giusto qualche minuto prima, con l’attesa di amici e parenti preoccupati e l’oblio ovattato di un’anestesia totale? Forse si sarebbe rispettato maggiormente il senso di quella sospensione probabilistica. E magari anche il doppio, faticoso percorso emotivo del personaggio da una parte e dello spettatore dall’altra.


doppioschermo

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