Giovedì, 01 Dicembre 2011 17:19

Midnight in Paris - Recensione

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Woody Allen torna indietro nel tempo (del suo grande cinema), ma abbandona New York per la più romantica Parigi e passa il testimone del suo comico esistenzialismo al bravissimo Owen Wilson.

E’programmatica la lunga carrellata iniziale di Midnight in Paris: una lunga serie di inquadrature della città più romantica del mondo, che sprigiona una magia unica qualunque sia l’angolo dal quale viene immortalata. Che siano immagini da cartolina o sguardi perdutamente innamorati della città Woody Allen ce lo spiega nel corso del film, un’opera deliziosamente equilibrata che segna il ritorno del regista di Io e Annie. Ma stavolta lo scenario è cambiato e il passaggio di testimone da New York alla città di Monet, di Gauguin e di tanti altri artisti europei si riflette nello stile: con una maestria che ci era mancata nelle ultime opere Allen adatta l’englishman che è in lui all’estetica francese dal gusto retro.


Cosa succede allora se a piombare in Francia sono una coppia di americani altoborghesi, lei figlia di papà viziata che pende dalle labbra dei saccenti di turno, lui aspirante romanziere con la passione per il passato? I viaggi nel tempo, a cui Allen ci ha abituati, possono costituire l’unica alternativa possibile quando, come dice Inez (Rachel McAdams) a Gil (uno straordinario Owen Wilson) nel film, non si vuole guardare in faccia la realtà. E il protagonista della filmografia alleniana, si sa, non ha mai saputo resistere alle fughe dalla squallida e amara quotidianità, catapultandosi in traiettorie temporali o in confronti allucinatori con alter ego memorabili come Humphrey Bogart. Qualcosa però è cambiato in quel cinema che aveva saputo costruire un metagenere grazie all’uso di un umorismo brillante spesso prossimo al sadismo. Le raffinate battute dei personaggi del film non fanno più riferimenti al minimalismo, ma, in pieno stile, o omaggio, francofilo, allargano i confini tematici alla storia, all’arte, alla letteratura, alla cultura d’antan.


Viene da chiedersi se il “Cenerentolo” al centro del film, un Alvy Singer quanto mai insicuro, nostalgico e incredulo di fronte al (proprio) mondo a cui mancano solo gli occhiali da radical chic, rappresenti per l’autore una sua nuova dimensione, più attualizzata ma pur sempre così piacevolmente anormale. Il girotondo dei sentimenti di Gil, in palese crisi fin dall’inizio, spazia fra gli anni ’20 e i 2000, come un uomo che sale a galla dopo una lunga immersione in acqua per riprendere ossigeno. Ma, come nella migliore delle tradizioni alleniane, nulla è prevedibile e la dimensione onirica per chi era “innamorato del proprio sogno” finisce per diventare il buco della serratura da cui esplorare e sondare gli altri (gli artisti surrealisti) solo fino al punto di riprendere il contatto con se stessi. Come di fronte ai citati quadri impressionisti la magica illusione del realismo catturato nella tela dura finché ci abbandoniamo alla contemplazione, ma il buon vecchio Woody Allen ci dà uno scossone prima che la sua opera sia terminata, in un finale coraggiosamente romantico. Le luci non sono ancora accese in sala, ma ci ha già ricordato che bisogna tornare alla realtà, quella da cui solo un cinema così immaginifico può salvarci, finché dura.

doppioschermo

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