Giovedì, 01 Dicembre 2011 11:39

Ok, enough, goodbye - Recensione

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Un 'Tanguy' libanese cerca di affrancarsi dalla dipendenza materna affrontando la vita in maniera adulta ed autonoma. Non un capolavoro, ma un’operazione onesta e divertente



I bamboccioni non sono un fenomeno esclusivamente italiano. Lo dimostra il lungometraggio di esordio di Rania Attieh e Daniel Garcia: Tayeb, khalas, yalla (titolo internazionale: Ok, Enough, Goodbye). In esso si racconta la vita di un uomo libanese sulla quarantina ed economicamente autonomo (gestisce infatti una pasticceria) che abita ancora in casa con la madre. Vivere con l’anziana donna, sempre più sedentaria e insofferente, è una routine comoda ma frustrante fatta di continui battibecchi quotidiani. Nonostante le preoccupazioni della genitrice sulla necessità che il figlio si sposi e inizi una vita propria, quest’ultimo non sembra per nulla porsi il problema. La convivenza procede così imperturbabile, fino a che la madre non decide di “scappare” e lasciarlo finalmente da solo.

 

Sebbene in maniera del tutto diversa per contesto e stile, Ok, Enough, Goodbye riporta alla mente il francese Tanguy di Étienne Chatiliez, dove un figlio ultratrentenne viziato ma amorevole non mostrava alcuna intenzione di voler lasciare il nido materno. Tuttavia, nel film di Attieh e Garcia, il mini nucleo familiare si dissolve quasi subito e l’attenzione si concentra tutta sullo scorbutico protagonista.

 

Il suo rapporto con gli altri è dominato da una misantropica inadeguatezza. Basta poco perché diventi irascibile e si metta sulla difensiva: lo dimostra con la madre, con il piccolo vicino di casa, con i clienti che lo colgono in un momento no, con gli amici invadenti e perfino con la badante straniera impaurita. Anche quando tenterà un approccio con l’altro sesso, la sua totale mancanza di disinvoltura sembra portarlo più ad una chiusura che ad un reale tentativo di emancipazione. In qualche modo il ritratto che ne esce, se pure non fa propriamente simpatia, regala una caratterizzazione interessante e sfaccettata ad una storia la quale in realtà è più uno scorcio umano che un vero racconto.



La pellicola vanta un ritmo molto lento ed una regia del tutto asciutta, per quanto dopo la prima mezz’ora - ovvero in seguito alla partenza dell’anziana da casa - la narrazione si faccia un po’ più interessante e a volte divertente (da segnalare la scena dell’agenzia di badanti straniere, in cui il direttore spiega le differenze tariffarie delle donne a disposizione in base a caratteristiche legate a etnia, bellezza e affidabilità).



Non di certo un capolavoro e nemmeno un film socialmente o politicamente importante, ma quantomeno un’operazione sincera e a suo modo piacevole.



doppioschermo

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