“Qualsiasi cosa ci sta nella cesta della verdura è da considerarsi verdura”. Questo il motto – mutuato dalla saggezza materna – di Nicolino Amore, l’uomo che ha cambiato per sempre l’immagine di Napoli e (per estensione emotiva) del mondo intero grazie alle sue idee innovative. Il sindaco immaginato da Enrico Caria è un self made man che esprime le proprie posizioni in maniera poco diplomatica e spesso provocatoria, ama i toni populisti e demagogici della politica da bar e da televisione e non disdegna la strumentalizzazione di donne piacenti e seminude a fini elettorali e di immagine. Gli piace inoltre moltissimo la canzone neomelodica e ha persino, tra i suoi amici e ammiratori, un artista della scena musicale napoletana dalla rispettabilità dubbia.
Si potrebbe dire senza troppe forzature che lo sceneggiatore e regista romano abbia voluto, con L’era legale, ripercorrere la parabola milanese di Silvio Berlusconi attraverso una sorta di sineddoche politica, utilizzando un suo alter ego partenopeo e dal potere (almeno fino al momento descritto) solo regionale. Il montaggio alterna ricostruzioni della finta biografia di Nicolino Amore a contributi di suoi conoscenti e parenti. Nel fintomentario compaiono anche personalità di un certo calibro nel ruolo di se stesse, in un’autoironica volontà di stare al gioco. Renzo Arbore, Isabella Rossellini, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo: tutti impegnati a giustificare e a lodare, più o meno direttamente, le azioni intraprese da questo homo novus che ha rivoluzionato il mercato della droga rendendolo legale e messo ufficialmente in ginocchio la camorra con una serie di migliorie sociali impensabili per i suoi predecessori.
Nonostante la buona fede del divertissement, tuttavia, l’operazione si presenta fin dai primissimi minuti volutamente naif e sopra le righe. Anche le finte interviste sembrano troppo “recitate” e paradossali per rendere egregiamente le intenzioni mockumentaristiche del regista e ben presto il gioco, per quanto non si possa dire che venga a noia, diventa per lo meno inefficace. La questione davvero interessante - frecciatine satiriche a parte - è quella proposta nel divertente (e sfizioso) titolo circa l’opportunità della legalizzazione e i rapporti causali tra il proibizionismo ed i mercati neri. Tuttavia la cornice di questa falsa biografia non appare il terreno più adatto per argomentare seriamente una riflessione sull’argomento.




