Mercoledì, 30 Novembre 2011 13:39

L'era legale - Recensione

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Operazione naif e sopra le righe, il fintomentario di Enrico Caria propone quasi una sineddoche politica della parabola berlusconiana attraverso il suo homo novus Nicolino Amore



Qualsiasi cosa ci sta nella cesta della verdura è da considerarsi verdura”. Questo il motto – mutuato dalla saggezza materna – di Nicolino Amore, l’uomo che ha cambiato per sempre l’immagine di Napoli e (per estensione emotiva) del mondo intero grazie alle sue idee innovative. Il sindaco immaginato da Enrico Caria è un self made man che esprime le proprie posizioni in maniera poco diplomatica e spesso provocatoria, ama i toni populisti e demagogici della politica da bar e da televisione e non disdegna la strumentalizzazione di donne piacenti e seminude a fini elettorali e di immagine. Gli piace inoltre moltissimo la canzone neomelodica e ha persino, tra i suoi amici e ammiratori, un artista della scena musicale napoletana dalla rispettabilità dubbia.


Si potrebbe dire senza troppe forzature che lo sceneggiatore e regista romano abbia voluto, con L’era legale, ripercorrere la parabola milanese di  Silvio Berlusconi attraverso una sorta di sineddoche politica, utilizzando un suo alter ego partenopeo e dal potere (almeno fino al momento descritto) solo regionale. Il montaggio alterna ricostruzioni della finta biografia di Nicolino Amore a contributi di suoi conoscenti e parenti. Nel fintomentario compaiono anche personalità di un certo calibro nel ruolo di se stesse, in un’autoironica volontà di stare al gioco. Renzo Arbore, Isabella Rossellini, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo: tutti impegnati a giustificare e a lodare, più o meno direttamente, le azioni intraprese da questo homo novus che ha rivoluzionato il mercato della droga rendendolo legale e messo ufficialmente in ginocchio la camorra con una serie di migliorie sociali impensabili per i suoi predecessori.


Nonostante la buona fede del divertissement, tuttavia, l’operazione si presenta fin dai primissimi minuti volutamente naif e sopra le righe. Anche le finte interviste sembrano troppo “recitate” e paradossali per rendere egregiamente le intenzioni mockumentaristiche del regista e ben presto il gioco, per quanto non si possa dire che venga a noia, diventa per lo meno inefficace. La questione davvero interessante - frecciatine satiriche a parte - è quella proposta nel divertente (e sfizioso) titolo circa l’opportunità della legalizzazione e i rapporti causali tra il proibizionismo ed i mercati neri. Tuttavia la cornice di questa falsa biografia non appare il terreno più adatto per argomentare seriamente una riflessione sull’argomento.



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