Mercoledì, 30 Novembre 2011 12:30

Ghosted - Recensione

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Il detenuto modello protegge il novellino impaurito nel duro mondo della prigione, ma non tutto è come sembra. Interessante film carcerario con tinte di dramma familiare



I film ambientati in prigione sembrano avere un certo vantaggio emotivo su molti altri. L’ambiente chiuso e quasi decontestualizzato che li caratterizza mette subito in risalto la personalità dei personaggi e il loro ruolo all’interno dell’economia della storia. Ad approfondire ed intrecciare storie disperate e miserabili intervengono i topoi della categoria: guardie vendicative, clan interni suddivisi per etnia, poliziotti corrotti, atti di violenza in mensa, compagni di cella molesti, drammi umani indicibili custoditi gelosamente, carcerati che vantano (o nascondono) la propria innocenza, folli tentativi di evasione, eccetera. Di tutti i luoghi comuni elencati, si può dire che Ghosted ne rifugga due o tre al massimo.

 

A dirigere questa opera prima, il britannico Craig Viveiros. Il titolo, in gergo, indica i detenuti trasferiti o isolati d’urgenza (letteralmente, “resi fantasmi”). Il regista ha tuttavia deciso di inserire nell’elenco dei luoghi comuni del genere un altro elemento avvincente: l’istinto di protezione paterno del detenuto veterano verso il novellino impaurito. Il primo è Jack, tre mesi alla scarcerazione, espressione da cane bastonato e poca voglia di mettersi in mostra. Il secondo è Paul, appena arrivato e già finito nelle grinfie dello psicopatico boss violentatore di turno (interpretato peraltro da quel Craig Parkinson che, nel sempre inglesissimo serial Misfits, fa la parte del cinico ed opportunista coordinatore dei servizi sociali). Quasi immediatamente tra i due si crea un legame di tutela ed amicizia sincera che porterà ciascuno ad aprirsi all’altro e a rivelare gradualmente le vere motivazioni che li hanno portati dietro le sbarre. Tuttavia, com’è prevedibile, un destino beffardo scoprirà le sue carte solo verso la fine, capovolgendo la prospettiva e giocando un tiro mancino a entrambi.

 

Viveiros mescola, nel suo lungometraggio d’esordio, le atmosfere tipiche delle storie a sfondo carcerario con i toni del dramma familiare, adottando uno stile che lo allontana dal realismo più crudo di un Oz e, nello stesso tempo, rifugge gli eccessi spettacolari di un Prison Break (sebbene in Ghosted ci sia un personaggio che ricorda molto lo psicopatico T-Bag della saga di Michael Scofield). Certo, a visione conclusa viene da pensare a quanto sia piccolo il mondo. O, se il mondo è una prigione, all’inedito sillogismo che ne consegue.




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