Mercoledì, 30 Novembre 2011 12:22

A little closer - Recensione

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Delude l’esordio registico di Matthew Petock, che insiste un po’ troppo sul sesso come chiave introspettiva dei suoi tre protagonisti



Molti esordi cinematografici interessanti hanno riempito il programma di questo 29esimo Torino Film Festival, alcuni anche con risultati sorprendenti. Anche A little closer di Matthew Petock è in effetti un’opera prima, ma purtroppo il suo impatto estetico ed emotivo non si può definire dei più esaltanti.

 

Il regista della Virginia, peraltro grande amante e studioso dei cinema di Scorsese, si cimenta in una piccola storia familiare raccontando il percorso di una giovane madre piacente e sola e dei suoi due figli adolescenti. La situazione economica non è delle migliori: crescere due ragazzi non è facile per la donna, impegnata in un lavoro da governante. A peggiorare le cose, uno stupido incidente domestico che è quasi costato un occhio – letteralmente - al piccolo di casa e che richiederà cure mediche impegnative (evento con il quale si apre effettivamente il film).

 

Lo sguardo di Petock segue le vicende dei tre membri di questa famiglia in un frangente delicato della loro esistenza. Da un lato c’è la madre, la quale avverte in maniera sempre più soffocante la paura della solitudine e trascorre le serate in patetiche festicciole con gente di mezza età sperando di conoscere un uomo decente da inserire subito in casa a capofamiglia. Dall’altro ci sono i due ometti di casa: il maggiore, alle soglie dei 16 anni, passa le sue giornate a tormentare il fratello con discorsi beceri e volgari e comincia il suo primo approccio serio verso l’altro sesso; il minore, che pure inizia a sperimentare i primi turbamenti sessuali, è invece alle prese con le prime cotte impossibili e con alcune cattive amicizie che lo coinvolgono in piccoli atti vandalici.

 

Per la verità, nonostante le buone intenzioni, sembra che la chiave comune scelta dal regista per analizzare i suoi tre protagonisti sia quella squisitamente sessuale. I rapporti interpersonali, lo studio delle loro psicologie e perfino i loro drammi individuali fanno solo capolino qua e là, mentre ampia attenzione – registica e temporale – viene riservata alle sequenze relative alla scoperta ed all’interazione fisica. Forse l’idea era quella di mostrare il cambiamento, lo sconforto o il disagio attraverso i loro differenti modi di affrontare la propria istintività corporale. Tuttavia il risultato finale ha un retrogusto posticcio, stirato e a volte imbarazzante.



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