Mercoledì, 30 Novembre 2011 12:11

The raid - Recensione

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Sparatutto adrenalinico ed ultraviolento che dà inizio ad una promettentissima trilogia. Spettacolari e divertenti i combattimenti corpo a corpo



Quanta energia sprigiona, questo concitatissimo action indonesiano. E soprattutto, quale piacere nello scoprire che dovrebbe essere solo il primo capitolo di una trilogia. A dirigerlo è Gareth Huw Evans, nato in Galles ma trasferitosi a Giacarta. Dopo aver ricevuto un premio del pubblico al Fantastic Fest di Austin (Texas) per un film incentrato sulle arti marziali, il regista ha evidentemente deciso di fare un passo successivo sfornando questa adrenalinica pistol opera in salsa orientale.

 

La trama è quantomai semplice. In seguito ad un raid (quello del titolo), una squadra di poliziotti si trova barricata in un edificio abitato da assassini e criminali della peggior specie. Pertanto l’iniziale operazione di sgominamento, ormai compromessa, si tramuta in una disperata guerra “condominiale” di due fazioni combattuta senza pietà. Dietro le quinte, un boss tronfio e sereno che monitora la situazione attraverso una fitta rete di telecamere ed alcuni informatori fidati.


E’ difficile dare un’idea di cosa sia The raid. Se fosse un videogame, potrebbe rientrare in categorie differenti ma del tutto calzanti: uno sparatutto e un picchiaduro, con livelli crescenti di difficoltà e tanto di cattivo finale apparentemente imbattibile (è sua la frase più cool dell’intero film). Il tutto condito da un uso così sfacciato della violenza da far invidia al più estremo Tarantino: mitragliate, pistolettate a bruciapelo, esplosioni, zampilli di sangue, accoltellamenti e sadismo puro. Ma a parte le scene con sparatorie ed incredibili trovate belliche casalinghe (come quella della bombola di gas nel frigorifero usata come improvvisato ordigno), le parti più spettacolari della pellicola sono quelle in cui i nemici si scontrano corpo a corpo. Le lotte all’ultimo sangue, pure ricorrenti in molto cinema asiatico d’azione, sono qui di un’accuratezza e di una velocità impressionante. Sequenze del genere farebbero impallidire qualunque analoga scena di combattimento a mani nude presente nella filmografia occidentale. Inoltre, la loro natura estrema e surreale mantiene il ritmo costantemente su di giri e diverte gli spettatori come solo Bruce Willis nei suoi anni d’oro aveva saputo fare (e senza la stessa ironia).

 

Già non vediamo l’ora che arrivi il secondo capitolo di questa saga, sperando che Gareth Huw Evans spinga ancor più il piede sull’acceleratore senza perdere però di vista il suo pubblico e ciò di cui ha gioito con questo suo ultimo apprezzabile lavoro.



doppioschermo

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