Mercoledì, 30 Novembre 2011 12:02

Either Way - Recensione

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Una piccola storia di confronto e convivenza forzata tra le terre sconfinate dell’Islanda. Pellicola a tratti divertente ma lenta e lineare più del necessario


Anche l’Islanda approda al Torino Film Festival grazie a Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, che porta nella kermesse piemontese la sua opera prima  Á annan veg. Il titolo internazionale, Either way, racchiude in sé una doppiezza interpretativa gustosissima: da una parte potrebbe tradursi con “l’una o l’altra strada” (dato che di strada se ne fa, letteralmente, nel film) e dall’altra con l’assai più ricorrente “in un modo o nell’altro”. La cosa geniale è che, comunque si scelga di rendere l’espressione inglese, si indovinerebbe solo in parte l’essenza stessa della pellicola. La storia, infatti, è fortemente incentrata sia sul tema della dualità e delle alternative che sull’idea stessa della strada, intesa sia come interminabile percorso personale che come mero elemento paesaggistico e di trasporto.


I protagonisti di Either Way sono un uomo ed un ragazzo, costretti ad una breve convivenza all’addiaccio a causa di lavori itineranti da effettuare durante il giorno: devono infatti disegnare le gialle linee di mezzeria ed installare i paletti segnaletici di una lunga strada nel mezzo del nulla. Il loro rapporto è in apparenza cordiale ma senza un vero e proprio dialogo. L’uomo è il cognato del ragazzo, lo ha preso con se a lavorare per fare un favore alla compagna sebbene creda che in realtà questi sia un viziato incapace. Il giovane d’altronde si mostra alquanto superficiale e interessato per lo più a questioni sessuali, sia nei suoi racconti goliardici che nelle sue bizzarre riflessioni naturalistiche, e appena riesce a ritagliarsi qualche momento di intimità in quelle distese desolate e sconfinate si abbandona ad un copertissimo e guardingo autoerotismo.


L’intero racconto si basa proprio sul confronto tra i due improvvisati colleghi e sull’evoluzione del loro rapporto, il quale subisce una svolta decisiva in seguito ad un evento centrale che marcherà ulteriormente l’ “alterità” suggerita nella prima parte del titolo. La presenza di Sveinn Ólafur Gunnarsson e Hilmar Guðjónsson monopolizza la scena, se si fa eccezione per il personaggio (divertente e misterioso) del camionista ubriacone e per altre due apparizioni fugaci (una muta e l’altra invisibile).


Una pellicola narrativamente interessante e a tratti anche divertente, per quanto dominata da un ritmo a dir poco lento e da una regia fin troppo lineare.



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